POLITICA

Scuola e lotta di classe. Formazione della forza lavoro o sviluppo delle capacità sociali e critiche

Mai come in queste settimane, tutti i giornali, le televisioni, commentatori e politici di ogni colore, economisti e amministratori parlano di scuola. Ma, quasi sempre, senza nessuna riflessione vera su quale funzione abbia la scuola, in particolare la scuola pubblica, un’istituzione che, perlomeno nella sua versione moderna, è uno dei tanti frutti della rivoluzione francese e della sua espansione internazionale, prima nelle sollevazioni giacobine che hanno sconvolto gran parte d’Europa e poi “sulla punta delle baionette” al seguito delle armate napoleoniche.
La scuola, come tutte le istituzioni umane, è uno dei tanti terreni sui quali si sviluppa la lotta di classe. Anzi, si può affermare che la scuola, soprattutto dopo che, a seguito dello sviluppo economico e della crescita delle aspirazioni popolari, è diventata una “scuola di massa”, come terreno della lotta di classe è solo seconda ai luoghi di lavoro.
La scuola è, ovviamente, il luogo che la società destina alla formazione delle giovani generazioni, ma, le differenti classi sociali vedono in modo molto diverso il modo in cui deve esplicitarsi questa funzione.
Il genere umano è una specie animale sociale, ma che si differenzia dalle altre specie animali sociali (sia da quelle “inferiori”, come le formiche e le api, ad esempio, ma anche da quelle mammifere, come i lupi o alcuni ruminanti, ad esempio) perché, in forza della sua particolare evoluzione, in essa si sviluppa una forte personalità di ogni singolo individuo. Dunque, siamo una specie nella quale si vive una permanente contraddizione tra un’individualità che rischia di spingere a comportamenti egoistici e una socialità che rischia di spingere a comportamenti gregari.
E’ in forza di questa contraddizione che si è sviluppata e può di nuovo svilupparsi la lotta di classe nella scuola.
Per le classi dominanti, che detengono l’economia, nella visione tardocapitalistica, molto schematicamente, la scuola deve formare il cittadino lavoratore, capace di vivere nel posto che il modo di produzione gli assegnerà, di avere competenze intellettuali e manuali tali da permettergli di generare il massimo di plusvalore e di non contestare la piramide sociale. In genere, la funzione di formare i cittadini destinati a ricoprire i ruoli dirigenti e capaci di saper dominare gli altri e la loro vita viene affidata alle scuole private, o alle scuole pubbliche “di élite”.
Per la classe lavoratrice, la scuola, al contrario, è il luogo in cui il bambino, gradualmente, da figlio di mamma e di papà diventa cittadino, componente della società, consapevole dei meccanismi sociali e pronto a lottare collettivamente per il miglioramento/trasformazione di quei meccanismi.
La scuola, prima ancora di luogo di apprendimento, di formazione e di istruzione, dunque è luogo di introduzione alla socialità, per abbandonare la visione della società limitata al mondo famigliare, in genere dominato dal “pater familias”, per abbracciare l’idea della società come un cosmo di individui, ciascuno con la propria personalità, ma uguali nei diritti e nelle possibilità. Il bambino lascia l’idea di una società in cui è dipendente dai genitori che gli assicurano la sopravvivenza in cambio della sua sottomissione (benevola o estorta autoritariamente) per trasformarsi nel giovane che vive in una società interpretata nella parità degli individui.
E’ anche per questo che noi sosteniamo l’idea di una scuola antiautoritaria, nella quale la “superiorità” del docente e la “gerarchia” educatrice siano ridotte ai minimi termini, al contrario di quel che vuole la visione capitalistica dell’istruzione.
Non a caso, con questa impostazione, noi sosteniamo che la scuola, nella crescita del bambino e del ragazzo, svolge una funzione positiva, al contrario della famiglia, che, per noi, al contrario, come istituzione intrinsecamente gerarchica, svolge una funzione conservatrice. E altrettanto evidentemente, le classi dominanti attribuiscono alla famiglia una funzione determinante, proprio perché è un’istituzione che, abituando il bambino ad ubbidire al maschio “alfa”, prepara il giovane ad ubbidire alla gerarchia capitalistica.
E’ anche per questo che ci battiamo contro un’idea di scuola come luogo di preparazione alla competitività del mondo esterno, basata sulla legge della giungla che si cela dietro la maschera della meritocrazia.
E,siadettoenpassant, cibattiamocontroun’ideadiscuolacomeparcheggiodeibimbibisognosidi sorveglianza e di assistenza al fine di liberare i genitori (soprattutto per liberare le madri, nella visione patriarcale dominante nel capitalismo) e consentire loro di andare al lavoro. Occorre denunciare che è questa la visione che, in questa “seconda ondata” del contagio, ha governato le scelte governative e

regionali di chiusura differenziata della scuole (aperte quelle per i più piccoli e per i ragazzi portatori di handicap e chiuse quelle dei ragazzi più grandi, già autonomi).
Possiamo assolutamente affermare che, nella nostra visione solidale, umanistica, egualitaria, sociale, libertaria e progressiva del mondo, la scuola, come importanza, può essere seconda solo alla sanità e all’alimentazione, in forza della elementare constatazione popolare per cui “è meglio un asino vivo che un dottore morto”. Certamente la scuola, come importanza sociale, viene prima dell’economia e anche della famiglia.
Nella scuola, come si diceva, il bambino e poi l’adolescente tende ad acquisire una nuova visione sociale e ad addestrarsi ad essa. Ma non solo, nella scuola si addestra anche ad una affettività diversa da quella “dipendente” che ha conosciuto in famiglia, l’affettività paritaria dell’amicizia e poi quella dell’attrazione sessuale, con la possibilità di liberarsi dai complessi stringenti dell’affettività filiale. Naturalmente tutto ciò è possibile solo in una scuola in cui il rapporto di socialità possa svilupparsi a pieno e dunque non in una scuola basata sulla didattica “a distanza” né su quella “digitale integrata”. Non c’è in questa opposizione nessun atteggiamento passatista o di preclusione all’uso degli strumenti messi a disposizione dalle moderne tecnologie, delle quali però, al pari di tutto ciò che è frutto della società data, occorre conoscere e indicare le insidie, tanto più pericolose per generazioni ancora in formazione.
E’ in base a queste riflessioni che si può e si deve cercare di interloquire con le positive mobilitazioni giovanili che si sviluppano in queste settimane attorno alla questione della riapertura in presenza delle scuole. Rivendicando, ovviamente, la riapertura in sicurezza, sia per chi nelle scuole lavora sia per chi nelle scuole va per diventare “grande”.


Sogno una donna a palazzo Chigi
Diciamolo apertamente: non c’è forse rappresentazione più plastica del divario di genere esistente nel nostro Paese di questa brutta crisi di Governo.
A dispetto di tutte le belle parole e i buoni propositi sulla parità, le cerimonie magniloquenti dell’8 marzo e le quote rosa, i resoconti della crisi che leggiamo, vediamo in tv, seguiamo sui social sono tutti tristemente declinati al maschile. Persino il momento clou (finora), ossia l’annuncio delle dimissioni delle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, si è rivelato una recita a protagonista quasi unico: è stato Renzi, infatti, a “dimissionare” le “sue” ministre e, bontà sua, a lasciar loro un minuscolo spazio nella sua straripante conferenza stampa. Eppure non si tratta di “figurine” della
politica. Alla ministra Bonetti si deve anzi uno dei provvedimenti più lungimiranti del governo: l’assegno unico per i figli, cardine di una nuova politica per la famiglia e, al tempo stesso, di contrasto alla crisi demografica. Indipendentemente dall’opportunità del gesto, la lettera di dimissioni di Bellanova e Bonetti (e del sottosegretario Scalfarotto) ne argomenta bene le motivazioni e avrebbe meritato una risposta puntuale da parte del presidente Conte se la vicenda non si fosse subito trasformata in una sfida all’Ok Corral, per l’appunto tra due uomini.

La politica e i social network

L’evento senza precedenti che ha avuto luogo lo scorso 6 gennaio a Washington continua — giustamente — a essere al centro di accesi dibattiti. Le discussioni riguardano ogni aspetto dell’irruzione a Capitol Hill, dalle tragiche conseguenze degli scontri al comportamento delle forze dell’ordine al valore simbolico dell’evento. Ma, a distanza di alcuni giorni, il lato della vicenda che impegna nelle riflessioni più profonde riguarda i suoi riflessi nel mondo dei social network.

Nello specifico, la decisione presa lo scorso 8 gennaio dal consiglio di amministrazione di Twitter di bloccare in via definitiva l’account del presidente uscente Donald Trump «per il rischio di ulteriori incitamenti alla violenza» ha scatenato numerose reazioni in tutto il mondo. Prima di esprimere il suo supporto agli assalitori di Washington, Trump era già stato autore di numerosi tweet controversi, e il suo profilo contava quasi 89 milioni di followers.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...