Politica

Torino


Cosa succede all’Università di Torino? Per un cambio di passo a livello universitario
Da ormai quattro giorni, alcuni tra i principali collettivi dell’Università di Torino hanno deciso di procedere all’occupazione di una parte del palazzo del Rettorato di Via Verdi, segnatamente all’aula studio, la quale viene messa a disposizione di tutti gli studenti e le studentesse di Unito.
Si è deciso di procedere con l’occupazione a fronte delle mancate risposte relative alla grave crisi sanitaria che da mesi attanagliano l’Ateneo torinese, costringendo tutto il variegato mondo studentesco a vivere nella precarietà più totale da un punto di vista economico, culturale e sociale, come anche a fronte delle problematiche legate agli esami universitari (vedasi in questo caso il solo esempio del proctoring). I vertici dell’università hanno deliberatamente declinato ed ignorato ogni prospettiva di incontro con studentesse e studenti. Si è a più riprese cercato, invano, di intercettare il magnifico rettore Geuna per ottenere un confronto, o semplicemente delle delucidazioni, in merito agli sviluppi o alle prerogative che l’università intende prendere per tutelare gli studenti e le studentesse, e permettere loro di riprendere, non certo senza il rispetto delle norme sanitarie, una parvenza di ritorno alla normalità, con un graduale ma progressivo ritorno alle lezioni in presenza, laddove fosse possibile.
Noi studentesse e studenti chiediamo quindi, a fronte della chiusura e dell’interruzione di qualsiasi attività legata al mondo universitario, che la terza e quarta tassa vengano ridotte a tutti/e (se non abolite del tutto), che sia garantito un semestre bonus per non dover pagare economicamente il rallentamento delle nostre carriere accademiche. Fronte Popolare, con la sua cellula universitaria, continuerà a seguire gli sviluppi della mobilitazione.

Estera

Usa

Ecco come il Pentagono riposizionerà le Forze armate

Il Pentagono rielabora la “postura globale” delle Forze armate Usa per sostenere lo smart power del presidente Biden. L’approfondimento di Francesco D’Arrigo, direttore Istituto Italiano di Studi Strategici

L’amministrazione Biden — oltre alla pandemia, alla crisi socioeconomica ed alle ripercussioni derivanti da quelle che sono state le elezioni più contestate della storia Usa — deve anche risolvere un complicato rebus: il riposizionamento delle forze militari in tutto il mondo per esercitare una maggiore pressione su Cina e Russia, senza ritirarsi da quelle aree del Medio Oriente, dove la minaccia dei Jihadisti rimane alta  e fare questo cambiamento senza aumentare il budget del Pentagono.

Per aiutarlo a decifrare tale enigma il neo eletto presidente Joe Biden ha nominato Segretario alla Difesa Lloyd Austin, che si è dato un mese di tempo per formulare una proposta di revisione della “postura globale” delle Forze Armate statunitensi. Il Segretario ed il suo Staff stanno valutando tutti i fattori che dovranno portare gli Stati Uniti a riorganizzare e sostenere al meglio un nuovo assetto globale di truppe, armamenti, basi e alleanze per sostenere la dottrina di politica estera del Presidente.

La revisione fa parte del progetto di elaborazione dell’amministrazione di una nuova mission per un esercito ancora intrappolato in conflitti decennali in Medio Oriente ed allo stesso tempo far fronte alle richieste interne del partito Democratico che preme per ridurre il bilancio del Pentagono, che invece chiede di aumentare il proprio budget per fronteggiare le crescenti minacce globali rappresentate da Russia e Cina.

Il risultato di tale nuova dottrina potrebbe avere un impatto duraturo su quella che rappresenta la prima priorità dell’esercito americano: la “combat readiness” (prontezza operativa) necessaria come strumento di deterrenza per contenere le politiche aggressive di Putin e Xi Jinping ed affrontare potenziali conflitti in diverse aree del mondo in un’era caratterizzata dalle crisi degli accordi sul controllo delle armi di distruzione di massa. Inoltre, ogni riposizionamento delle Forze Armate Usa mette ulteriore pressione alle già stressate relazioni con alleati e partner internazionali, in molti casi indebolite dall’approccio diplomatico “America first” perseguito dalla diplomazia dell’amministrazione Trump.

La revisione che dovrà presentare Austin è anche direttamente influenzata alla decisione che dovrà prendere l’amministrazione Biden, sull’adempimento o meno della promessa fatta agli americani dal presidente Trump, di ritirarsi completamente dall’Afghanistan entro la primavera e comunque entro la fine del 2021. Un’altra grande questione che si intreccia al progetto di Biden è quella relativa alla modernizzazione della forza nucleare strategica.

Strano a dirsi ma una visione comune con quella di Trump l’amministrazione Biden ce l’ha: il team di sicurezza nazionale di Biden vede la Cina, non gli estremisti militanti di al-Qaida o dello Stato Islamico, come la sfida numero 1 per la sicurezza internazionale a lungo termine. Ma, a differenza del suo predecessore, Biden vede un grande valore nell’impegno degli Stati Uniti a ricucire e rafforzare le relazioni con gli alleati, Ue e Nato in primis.

La nuova strategia di Biden potrebbe portare a significativi cambiamenti nella presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, Europa e Asia-Pacifico, anche se tali cambiamenti sono stati tentati in passato, ultimamente in Germania ma con risultati controproducenti. L’amministrazione Trump, ad esempio, è stata costretta a inviare forze aeree e navali e migliaia di truppe nell’area del Golfo Persico nel 2019, nel tentativo di scoraggiare quelle che ha definito minacce alla stabilità regionale. Gli incidenti degli ultimi mesi in Iraq, Afganistan e Iran rinnovano le difficoltà di modificare il dispiegamento militare in Medio Oriente.

D’altro canto, la nuova dottrina Biden potrebbe rappresentare l’occasione per un riavvicinamento con gli alti comandi militari che da tempo reclamano modalità innovative di dispiegamento delle forze slegate dalle basi permanenti che comportano enormi costi politici, finanziari e di sicurezza per le truppe e le loro famiglie.

Un esempio recente per ribadire questa visione dei vertici militari è stata la visita di una portaerei statunitense in un porto vietnamita. I Capi di Stato Maggiore della Difesa ritengono un vantaggio strategico la capacità di schierare navi, aerei e truppe dalla elevata capacità e mobilità per brevi periodi e su cicli non prevedibili per esercitare una maggiore pressione su una Cina sempre più minacciosa, soprattutto nei confronti degli Stati del Sud Est Asiatico e del Pacifico.

Anche il generale Mark Milley, Chairman del Joint Chiefs of Staff, ha recentemente espresso l’esigenza di modificare e riorganizzare la postura del sistema di Difesa Usa adeguarla ai cambiamenti geopolitici.

“Più piccolo sarà meglio in futuro. Una piccola forza che è imprevedibile nei suoi spostamenti, quasi invisibile e non rilevabile, che è in un costante stato di movimento, ed è ampiamente distribuita a livello globale – rappresenta una forza vitale”, ha detto in un suo intervento durante una conferenza a Washington. “Una forza statica (base militare) è più difficile da difendere, dispendiosa da mantenere e se viene colpita non può assolvere al proprio ruolo. Anche per queste ragioni bisogna assolutamente rivedere il posizionamento delle forze statunitensi in Asia e nel Pacifico”.

“Non c’è dubbio che abbiamo bisogno di una posizione di forza più resiliente e distribuita nell’Indo-Pacifico in risposta alle capacità e agli approcci di contro-intervento della Cina, supportati da nuovi concetti operativi”. Austin ha anche manifestato la sua preoccupazione sulle capacità della Difesa Usa di poter competere con la Russia nell’Artico: “l’Artico è diventata un’altra una regione di forte competizione geopolitica, e ho serie preoccupazioni sull’accrescimento del dispositivo militare russo ed il suo comportamento aggressivo in questa area strategica – e in tutto il mondo. Allo stesso modo, sono profondamente preoccupato per le intenzioni cinesi in quella regione”, ha scritto Austin in risposta alle domande che il Senato gli ha posto prima della sua audizione di conferma.

Secondo il Pentagono questa nuova postura non comporterà l’abbandono delle basi militari americane all’estero ma suggerisce una maggiore enfasi sui dispiegamenti di forze più piccole, con rotazioni più brevi e non prevedibili dagli avversari, su destinazioni non tradizionali.

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