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Progetto di Ippogrifo/Centro Donna del Comune di Livorno

CambiaMenti, appuntamenti sulle tematiche della violenza su donne e minori, bullismo e cyberbullismo

Iniziative (solo online) per riflettere e confrontarsi

Venerdì 5 marzo

ore 15.30 – 19.30

Immagine. Arti, arteterapia e resilienza”

Intervengono:

Daniela Farano, arteterapeuta

Samatha Bollini, maestra d’arte

Ogni partecipante può munirsi di fogli bianchi, riviste, materiale di riciclo, (filo, tessuti,….ecc.), forbici, colla e/o uno dei materiali artistici che ritiene più congeniale, es. matita, gomma, pennello, acquarello, carboncino, tempere, matite colorate, pastelli a cera, ecc….uno solo a scelta personale


150 anni dalla Comune di Parigi
La monarchia di luglio, ovvero il paradiso del capitalismo trionfante. Il potere è interamente, grazie a degli intermediari efficaci, nelle mani degli uomini d’affari. Lo stato sono loro, ed essi si espandono, mentre delle fortune colossali si edificano con l’uso degli schiavi, e specialmente dei figli di schiavi; perché lo sviluppo del macchinismo permette l’utilizzo, profittevole al massimo, dei piccoli proletari, di 8 anni, a volte meno. Li si paga un quarto di ciò che ricevono gli adulti e sono altrettanto produttivi. Anche le donne lavorano, a basso prezzo. La mano d’opera è sovrabbondante. L’uomo è malato? Che muoia. Sarà facilmente rimpiazzato. Vecchio, incapace di guadagnarsi la vita? Che se la sbrighi da solo. Vero che non si invecchia molto tra i lavoratori, e la mortalità infantile è enorme. […]. Non ci immaginiamo nemmeno, oggi, com’era la condizione operaia sotto Luigi Filippo. Potremmo dire un inferno, se la parola avesse senso. La verità è che questo sfruttamento forsennato dell’uomo sull’uomo era la fonte di un’opulenza di cui i Motte, gli Schneider e gli Schlumberger offrivano degli esempi grandiosi. E di colpo un incidente, ancor più sgradevole di quello del 10 agosto 1792: il 24 febbraio 1848 Luigi Filippo spariva, come in una botola, e la Repubblica resuscita. Il proletariato parigino è davanti, coi fucili in mano. Il sistema è compromesso. Il panico tra i notabili. Ma la crisi sarà corta, molto più breve che nel ’92. Per farla finita con Robespierre, allora, c’erano voluti 23 mesi. Non ce ne vorranno nemmeno 4, nel 1848, per sbarazzarsi di Louis Blanc, prima, e di Lamartine poi, questo malfattore che la gente per bene aveva salutato, nei primi giorni, come un salvatore inviato dal cielo, un domatore mascherato, un impostore a loro profitto, che pagava con le parole gli schiavi ribelli per addormentarli, fino a quando la ricostituzione della polizia e dell’esercito mette i possidenti in grado di riportare all’ovile la canaglia, a colpi di obice. Era con stupore che i castellani avevano ascoltato Lamartine reclamare seriamente l’abolizione del servizio militare, la sorveglianza dei trust, l’imposta sul reddito e la nazionalizzazione delle ferrovie. E allora perché non quella delle banche? si gridava in uno slancio d’indignazione. Il signore d’Alembert, capo, all’Assemblea, del “partito religioso”, denunciava i progetti di Lamartine come stupefacenti attentati alla Proprietà e alla “famiglia” (sic!). La carneficina di giugno – firmata Falloux e Cavaignac – ri-editava, con maggiore ampiezza, Termidoro, ma restava strettamente sulla stessa linea: un “raddrizzamento” furioso dei “mangiatori” contro la mancanza di rispetto dei “mangiati”. E, con una notevole somiglianza, il 2 dicembre 1851 costituirà la ri-edizione del 18 brumaio 1799. Come dopo il Termidoro la Repubblica n.1 era per un certo tempo sopravvissuta, rettificata, avvilita, esangue, ma in qualche modo temibile, allo stesso modo, dopo giugno [1848, ndt], la Repubblica n.2 aveva persistito, irriconoscibile, con un suffragio “universale” che aveva smesso di esserlo (fuori la gente priva di risorse!), ma ancora e malgrado tutto inquietante, da qui il ricorso, imitativo, al Bonaparte di servizio, per strangolare la Repubblica, facendo finta come altre volte di difenderla. La regina Ortensia, madre del pretendente al trono, gli aveva lasciato, nel 1837, istruzioni scritte, specificando a chiare lettere che, se la si sapeva prendere, la Francia poteva essere catturata due volte dallo stesso clan, ” con lo stesso guinzaglio”. Quanto agli uomini del “partito religioso”, dopo il salasso sanguinoso che avevano applicato al proletariato e che, nel loro pensiero, avrebbe impedito a questi importuni il gusto delle rivendicazioni per un bel po’ di anni, avevano stimato saggio, e previdente, in considerazione del futuro, creare una legge, detta “Legge Falloux”, una legge sull’insegnamento grazie alla quale non solo le congregazioni religiose avevano il diritto, d’ora in avanti, d’istituire delle proprie scuole, ma l’istruzione pubblica tutta intera, quella di Stato, sarebbe stata sottomessa al clero. In ogni circoscrizione universitaria, il consiglio accademico avrebbe avuto un vescovo alla sua testa, in modo tale che la Chiesa potesse esigere il licenziamento di tutti i professori e gli istitutori indocili. I Falloux e i Montalembert, promotori dell’impresa, contavano sul buono spirito degli ecclesiastici per la necessità che ci si aspettava da loro: predicare ai poveri questa “rassegnazione” da lunga data prescritta da Madame de Stael come sola ricetta per la pace pubblica. “La dottrina sociale della Chiesa, dichiarava con vigore Montalembert all’Assemblea, si compendia in due parole: astenersi e rispettare”. Il numero era ancora grande, grazie a Dio, degli stupidi analfabeti, tra le masse, che ingoiavano come pane (o al posto del pane) le favolette cristiane, e gli spiriti forti, affrancati da queste credulità, applaudivano la massima di Voltaire: ” È ottimo, diceva il signore de Ferney, far credere alla gente che ha un’anima immortale e che esiste un Dio vendicatore che punirà i miei contadini se vogliono rubarmi il mio grano”. Un basso popolo senza religione, aveva aggiunto il patriarca, non è che un’orda di briganti. Così pullulavano questi “atei con sfumatura cattolica” di cui parlava, gioiosamente, Victor Hugo. Ozanam costatava, accorato, nel 1850: “Non c’è al giorno d’oggi un volterriano afflitto da 50.000 libbre di rendita che non voglia mandare tutti a messa, a patto di non mettervi piede lui stesso”. E si poteva ascoltare il conte Alfred de Vigny, agnostico risoluto e ospite abituale dei ghiacciai dell’intelligenza, rimproverare vivamente, tanto aveva avuto paura del 1848, il pastore Bungener, colpevole di aver criticato a sproposito il sovrano pontefice. Colpa grave, gli diceva Vigny, errore gravissimo, che poteva sembrare un tradimento: nell’ora in cui la Proprietà subisce terribili assalti, tutte le persone per bene devono serrare le fila, e “non è di troppo l’armata di Cristo (sic!) per affrontare la barbarie uscita dalle sue tane”. Si indovina con quale cuore ardente M. de Vigny aveva applaudito, con Louis Veuillot, con Montalembert e tutti gli amici dell’ordine, il massacro del 4 dicembre 1851 sui boulevard. Una volta di più, nel giugno ’48, come nel Termidoro, nel Brumaio, nel luglio ’30, la verità sociale trionfava e i “barbari” era imbavagliati.
L’Eden è riaperto ai “mangiatori” con Napoleone III, dopo il tragico intoppo del 1848 e i tre anni estremamente scomodi che erano seguiti, nonostante l’intervento salvatore, ma insufficiente, del generale Cavaignac. La festa imperiale s’inaugura. Le scuole confessionali passano da 10.000 a 17.000, e c’è un’ammirevole fioritura bancaria: creazione, nel 1852 del Crédit Foncier de France e del Crédit Mobilier, nel 1859 della Société Général de Crédit Industriel et Commercial, en 1863 del Crédit Lyonnais, nel 1864 della Société Générale per favorire lo sviluppo del commercio e dell’industria. I salari crescevano, ma meno dell’inflazione. I bambini, a decine di migliaia, lavoravano ancora nelle fabbriche. La condizione del proletariato rimane nell’insieme tale quale a quella che c’era ai tempi del re-borghese. La giornata di lavoro, che Louis Blanc, nel marzo ’48, aveva tentato di far ridurre […], resta in media di 11 ore. I lavoratori vivono in bassifondi con affitti sempre più cari. […] Il salario medio dei circa 300 mila operai che vivono a Parigi è di 4,50 franchi al giorno […] quando un pasto in un ristorante mediamente elegante (non di lusso) costa 15 franchi a testa. Nel 1862, il barone Haussmann valuta in oltre un milione il numero di indigenti nel solo dipartimento della Senna. Gli scioperi si moltiplicano nel 1869, minatori della Loira, minatori di Carmaux, tessitori lionesi, carpentieri di Vienne, tessitori di Rouen, filatori d’Elbeuf. La truppa spara, nel giugno 1869 a La Ricamarie, facendo 13 morti e 9 feriti, tra i quali una bimba; in ottobre a Aubin si conteranno 14 morti tra cui 2 donne e un bambino di 10 anni; a Creusot – 9.000 abitanti nel 1852, 25.000 nel 1870 – Schneider fa appello ai fanti e ai dragoni per intimidire gli scioperanti; lo sciopero fallirà; il tribunale d’Autun infligge a 25 condannati 298 mesi di prigione, centinaia di operai sono licenziati. L’aggiustatore Adolphe Assi, che diendeva i suoi compagni, viene arrestato. Un tristo individuo, questo aggiustatore. Ha aiutato Varlin, nel febbraio 1870, a Creusot, a creare una sezione dell’Internazionale dei Lavoratori. Si preparano cose serie. Qui e là – il movimento è nato – degli operai rispondono, dopo tre quarti di secolo, all’invito di Robespierre e si mettono a guardare in faccia “le cause della loro miseria”, al ine di rimediarvi. Parallelamente degli intellettuali, sempre più numerosi, entrano nell’opposizione all’Impero e se il plebiscito del maggio 1870 è stato rassicurante nelle campagne […] a Parigi, in cambio, il risultato è drammatico: il NO ha vinto sui SÌ. Alla corte, un partito potente, intorno all’imperatrice, inclina a riprendere il buon vecchio metodo girondino, dantonista e napoleonico della distrazione guerriera. Questi consiglieri sono persuasi che una guerra vittoriosa metterà tutto a posto, nell’euforia della “gloria” e non sospettano che uno scontro con la Prussia possa finire male. Per loro è un dogma che l’esercito francese è imbattibile, e i generali accreditano questa leggenda. Malato e mezzo spento, Napoleone III non è molto caldo per questa avventura e preferirebbe farne a meno. Bismarck, ben informato, auspica, al contrario, il conflitto e fa in modo che scoppi su iniziativa francese. I suoi piani hanno successo, e le sue previsioni si verificano; la mobilitazione francese si effettua con un disordine e una lentezza incredibile e, sul campo di battaglia, i generali francesi, che sono gelosi e si odiano uno con l’altro, forniscono una conferma totale alle parole del principe Andrea, in Guerra e Pace, alla veglia di Borodino, sulle disposizioni reali e segrete dei generali russi nell’azione; il primo auspicio, per ognuno, è che il camerata abbia delle noie, e sorvegliano diligentemente che ciò avvenga

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