PRINCIPALI NEWS


Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) sui vaccini: manca poco al raggiungimento dell’obiettivo minimo di firme per l’Italia!

Dichiarazione del Partito Comunista Italiano e di Fronte Popolare

Mancano poche migliaia di firme al raggiungimento dell’obiettivo minimo di firme a sostegno dell’iniziativa europea “No Profit on Pandemic” da raccogliere per l’Italia: sono poco più di 4000 le adesioni che ci separano dal suo raggiungimento.

L’ICE, promossa da una vasta convergenza di forze sociali e politiche dei 27 paesi dell’Unione Europea, si pone obiettivi immediati di fondamentale importanza:

  • mettere fine al controllo delle aziende farmaceutiche sui vaccini, esercitato tramite i brevetti, per rendere i vaccini davvero accessibili a tutti; 
  • imporre la trasparenza sui costi di produzione, i contributi pubblici, l’efficacia e la sicurezza dei vaccini e dei farmaci, così come sui contratti tra autorità pubbliche e aziende farmaceutiche; 
  • impedire all’industria farmaceutica di privatizzare tecnologie sanitarie fondamentali che sono state sviluppate con risorse pubbliche; 
  • impedire alle grandi multinazionali di depredare i sistemi di assistenza sociale, realizzando enormi profitti sulla pandemia.

In sintesi, si tratta di lottare, nelle condizioni date, per affermare il diritto alla vita e alle cure di tutte e di tutti in una fase drammatica come quella che viviamo, segnata da una pandemia che uccide ogni giorno centinaia di persone. Si tratta di delineare un’alternativa, concreta e immediatamente praticabile, alle politiche dell’Unione Europea, che sta gestendo la campagna vaccinale e gli approvvigionamenti di vaccini tutelando gli interessi delle multinazionali del farmaco a discapito della salute di tutte e tutti noi.

Il successo della campagna di raccolta firme per l’ICE nel nostro Paese è un segnale importante di partecipazione civile, ma anche della presenza di un’area significativa di opposizione alle logiche ordoliberiste, mercatiste e privatiste incarnate dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen e dal governo Draghi. Un’area cui la sinistra di classe ha il dovere morale e il compito politico d’indicare tanto prospettive alte di antagonismo politico rispetto alla “costruzione europea”, quanto concrete priorità immediate di mobilitazione e d’impegno.

Continuiamo a impegnarci per accelerare e superare la quota minima di firme fissata per l’Italia e per far crescere, intorno alle questioni che l’iniziativa pone, la consapevolezza e la partecipazione: sono in gioco le nostre vite contro i loro profitti!

Brasile

Il ritorno di Lula e la dialettica lulismo-bolsonarismo-lulismo

Il ripristino dei diritti politici dell’ex-presidente Lula ha scosso la società brasiliana. Le analisi si concentrano essenzialmente sull’operazione giudiziaria Lava jato e le prospettive elettorali per il 2022.
La narrazione del fronte progressista ha sottolineato, per anni, la persecuzione giudiziaria di Lula da parte del Lava jato, in particolare ad opera dell’ex-giudice ed ex-Ministro della giustizia, Sergio Moro. Non c’è dubbio che ci siano state parzialità e illegalità. Malgrado ciò, questo non costituisce una garanzia d’innocenza per i membri dei governi del PT e degli altri partiti, progressisti e conservatori, che hanno condiviso il potere con Lula tra il 2003 e il 2016.
Resta il fatto che, di fronte al disorientamento generale della borghesia brasiliana e al malcontento popolare crescente, gli umori politici sono cambiati. Lula è stato incarcerato a causa di decisioni giudiziarie politicizzate; poi, una volta liberato, ha ritrovato i suoi diritti politici. Così, i discorsi dominanti, sia conservatori che progressisti, denunciano le motivazioni politiche delle decisioni di giustizia che non approvano.
Analizzeremo qui di seguito gli avvenimenti recenti, alla luce dell’evoluzione generale della congiuntura brasiliana. È nostra intenzione cercare di comprendere il senso di questa evoluzione e le sue potenzialità, indipendentemente dai personaggi implicati.

1. Come tela di fondo della caduta del PT di Brasilia, troviamo la perdita di efficacia del lulismo come strumento di regolazione delle tensioni sociali nel paese. Ricapitoliamo ora i tratti principali di questo processo.
Dopo un decennio coronato di successi, durante il quale era riuscito a conciliare alcuni modesti miglioramenti per le classi subalterne con il mantenimento dei privilegi delle classi sociali superiori, una convergenza di fattori sociali, politici ed economici, hanno mandato in crisi il lulismo. La congiunzione tra le giornate di giugno 2013, il più grande ciclo di mobilitazioni popolari della storia del paese, gli scandali legati alla corruzione, presentati dai media mainstream come una forma di spettacolo (trasformando i processi in serie televisive a puntate e i giudici in pop star), e il rallentamento dell’economia, che si è trasformato in recessione dal 2015, hanno modificato l’approccio delle classi dirigenti in materia di riproduzione sociale, passando da una visione fondata sul “controllo sociale inclusivo” ad una incentrata sull’”accelerazione escludente”.
In questo contesto, la pietra filosofale di un neoliberalismo inclusivo ha lasciato spazio a un’intensificazione della spoliazione sociale, allorché l’ideologia della conciliazione cedeva il passo a un scontro aperto. È in questo contesto che è avvenuta la destituzione di [Dilma] Rousseff nel 2016, dell’incarcerazione di Lula e della vittoria di Bolsonaro nel 2018.

2. Invece di comprendere il bolsonarismo come una reazione al lulismo, ci è parso di vedere che la volontà del PT di contenere la crisi sociale durante il XXI secolo ha implicato il ricorso a pratiche, dispositivi e politiche che hanno invece accelerato questa stessa crisi. La contraddizione di questa logica risiede nel fatto che il tentativo di contenere il movimento di desocializzazione non impedisce la sua accelerazione, dato che implica il rafforzamento di quello che si cerca di contenere. Vediamo cosa intendiamo concretamente.
L’ex-presidente mondiale della Banca di Boston, Henrique Meirelles, che ha dato le dimissioni nel 2003 per dirigere la Banca centrale sotto la presidenza di Lula, è in seguito diventato ministro dell’Economia sotto Temer; il tentativo del governo Lula di stabilire un legame diretto con il “basso clero” [gli eletti alla ricerca di vantaggi materiali] al Congresso, che ha scatenato lo scandalo del “mensalão” [versamento di bustarelle mensili] nel 2005, e che ha permesso al PMDB (Partito del movimento democratico brasiliano) di avere più spazio all’interno del governo, permettendo a due riprese a Michel Temer di presentarsi alla vice-presidenza sul ticket di Dilma Rousseff; il sostegno accordato dai leader neo-pentecostali alle amministrazioni del PT, che ha generato ritardi nell’agenda politica e la nomina di ministri provenienti dalla Chiesa evangelica come quella di Marcelo Crivella [ministro della Pesca dal 2012 al 2014 e sindaco di Rio de Janeiro da gennaio 2017 a gennaio 2021]; i militari inviati ad Haïti con lo scopo di fare del Brasile un “attore mondiale”, che hanno poi messo a profitto il savoir faire acquisito in missione “esterna” per garantire la legge e l’ordine, in particolare a Rio de Janeiro, e che costituiscono oggi la prima linea del governo di Bolsonaro; le imprese di costruzione [come Odebrecht], che non hanno esitato a spedire in prigione, nel quadro di tradimenti reali o immaginari, quelli che gli avevano aperto la via per ottenere profitti come non ne avevano mai visti; senza parlare dei movimenti sociali, beneficiari di politiche pubbliche orientate a neutralizzare la loro combattività piuttosto che a soddisfare le loro rivendicazioni (come le riforme agrarie e urbane), che si è poi tradotto, tredici anni più tardi, in divisioni, indebolimento e discredito del campo popolare.
Per riassumere, i militari, le banche, il PMDB, il vice-presidente Michel Temer, i neo-pentecostali, i creditori, la passività, tutto ciò è stato alimentato e incoraggiato dai governi del PT. In questo senso, l’immagine più appropriata della relazione tra la defenestrazione del PT e l’ascensione di Bolsonaro non è quella di un’inversione a 180 gradi, ma di una metastasi, dove quelle forze e quegli interessi corrosivi, mai combattuti e che sembravano sotto controllo ai tempi della supremazia petista, hanno incancrenito il tessuto nazionale senza incontrare opposizioni.

3. Di fronte all’aggravamento della violenza economica e della violenza della politica, Bolsonaro ha fornito alla classe dominante il quadro necessario a questo neoliberalismo autoritario, vale a dire lo Stato poliziesco. Senza avere un programma proprio, ha affidato la gestione dell’economia a un autentico Chicago Boy [Paulo Guedes] che, oltre ad aver fatto gli studi alla scuola di Milton Friedman, ha lavorato nel Cile di Pinochet negli anni 1980. Accanto a ciò, Bolsonaro propone un’agenda culturale e scientifica retrograda, tollerata, ma non particolarmente gradita, dall’élite politico-economica.
Il sostegno delle élites all’ex-capitano può essere letto come un matrimonio di interessi, la variante ideale essendo quella di un bolsonarismo senza Bolsonaro. Malgrado ciò, il militare ha le sue idee, che tendono verso una visione dinastica (ha tre figli in politica), con i militari come partito e gli evangelici come base sociale. Da questo punto di vista, la sua più grande sfida è quella di convertire il sostegno virtuale che l’ha fatto eleggere in mobilitazione reale. Trasformare gli internauti in camice nere (milizie fasciste).

4. In questo contesto, qual è la differenza fondamentale tra il governo di Bolsonaro e le amministrazioni precedenti del PT? I critici del progressismo sud-americano, ai quali noi apparteniamo, affermano che, rinunciando ad affrontare le radici strutturali delle disuguaglianze e della dipendenza, il governo PT e i suoi simili si sono rassegnati a gestire la crisi. Il governo Bolsonaro, da parte sua, non propone una gestione della crisi dal momento che lui governa attraverso la crisi. Siamo così confrontati a due maniere diverse di confrontarsi con le tensioni crescenti del neoliberalismo. Il progressismo propone di gestire queste tensioni con un arsenale di buone pratiche approvate dalla Banca mondiale. Si tratta di controllare la crisi. I bolsonaristi, invece, ammettono il carattere autofago del neoliberalismo (il tutti contro tutti) e promettono di armare le persone affinché possano difendersi come fanno loro stessi, attaccando. Si tratta di un’accelerazione della crisi.
In altre parole, mentre alcuni schiacciano il pedale del freno, altri spingono sull’acceleratore. Ma nessuno intende cambiare traiettoria.

5. Nel settembre 2020, i morti a causa del Covid-9 superavano il migliaio al giorno e il paese non aveva un ministro della Salute da 4 mesi. Malgrado ciò, durante quel mese, la popolarità di Bolsonaro ha raggiunto il suo livello più alto. Come si può spiegare questo fatto?
Dal punto di vista delle classi subalterne, possiamo distinguere due fattori. Da un lato il presidente non era (ancora) considerato responsabile dei morti. Dall’altro, l’aiuto finanziario d’urgenza, di un valore quattro volte superiore e di cui hanno beneficiato il quadruplo delle famiglie, ha permesso di confortare la popolarità di Bolsonaro anche nel Nord-Est del paese, prima in mano al PT grazie al progetto di aiuti Bolsa Família di Lula.
Nel contempo, a Brasilia, il presidente aveva comperato i favori del Centrão [insieme di partiti che devono la loro esistenza materiale ai loro legami con l’apparato di Stato]. Nello stesso periodo, Bolsonaro riproponeva una versione meno ideologica di sé stesso che gli ha permesso di pacificare le sue relazioni con la Corte suprema e i grandi media. Il gran capitale ha salutato positivamente questo cambiamento, convinto che la stabilità gli avrebbe permesso di far avanzare la propria agenda.
Il paradosso era notevole. Per compensare la diminuzione del sostegno presso le élites e le classi medie che non condividevano il suo atteggiamento negazionista di fronte alla pandemia, Bolsonaro ha imboccato la strada del lulismo: rafforzare i legami con i più poveri e rassegnarsi al pragmatismo politico per ottenere la stabilità voluta dal capitale.

Il presidente che ha contribuito in modo determinante a far affogare il paese nella pandemia, che mirava a una “rivoluzione all’incontrario” di tipo fascista, si starebbe reinventando nello stampo di un “lulismo invertito”? Lo stesso problema può essere analizzato da un’angolazione diversa: l’élite che aspira a un “bolsonarismo senza Bolsonaro” si accontenterebbe di un “Bolsonaro senza bolsonarismo”?
In ogni caso, è ormai chiaro che il bolsonarismo non è il contrario del lulismo, ma l’inverso dello stesso: così come il “controllo” implica “l’accelerazione”, “l’accelerazione” richiede il “controllo”.

6. Detto ciò, dopo più di un anno di pandemia, la situazione è catastrofica. In alcuni giorni, abbiamo contato più di tremila morti in Brasile a causa del Covid-19. Gli ospedali sono sovraffollati, la vaccinazione procede a rilento e i problemi di salute mentale si moltiplicano. Le misure di isolamento possono essere imposte a una classe media stressata, ma sono inapplicabili a quelle lavoratrici e a quei lavoratori che non ricevono più aiuti d’urgenza. Nessuno vede la fine della pandemia in Brasile.
Di fronte a una tragedia umanitaria, a una crisi economica che non fa che peggiorare, accentuata dal deterioramento dell’immagine internazionale del paese, alcune voci dell’establishment iniziano a evocare la necessità di un patto sociale. Il liberalismo cosmopolita contesta il nazionalismo reazionario del presidente: solo il neoliberalismo li unisce. È in questo scenario che Lula ha ritrovato i suoi diritti politici.

7. La conseguenza di questa notizia è stata che il pessimismo provocato dal vicolo cieco del bolsonarismo è stato sostituito da un ottimismo messianico, un sentimento che non è nuovo: poco prima della pandemia, il rispettato dirigente del MST [Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra], João Pedro Stédile, dichiarava: “Lula deve essere il nostro Mosé e deve convincere le persone ad attraversare il Mar Rosso. Nessun altro può assumere questo ruolo”.
L’altra faccia della medaglia è che le possibilità che Bolsonaro arrivi fino alla scadenza del suo mandato si consolidano. Più che mai le energie politiche sono canalizzate verso una candidatura di Lula nel 2022, invece di cercare di ottenere l’impeachment di Bolsonaro.
Quelli che pensano che il PT punterà sulla pressione della strada devono comprendere che questo è logicamente impossibile. L’attrattività politica di Lula risiede nella conciliazione, che consiste a evitare che il malcontento popolare debordi. Il suo gioco si situa nel piccolo cerchio della politica di Brasilia, non nelle strade e nelle piazze.
Oggi, a prevalere è la speranza che la sinistra “responsabile” ritorni al governo a Brasilia per amministrare quello che resterà del Brasile nel 2023.

8. Non è possibile prevedere se l’ipotesi Lula si affermerà. Ma sappiamo già due cose.
In primo luogo, lo scivolamento della classe dirigente verso una forma più violenta e autoritaria di neoliberalismo non cambierà. Ai suoi occhi, la struttura istituzionale prevista dalla “Costituzione cittadina” del 1988 è diventata anacronistica. L’utopia della cittadinanza salariale è scomparsa senza essere stata mai veramente raggiunta.
La seconda certezza è che un ritorno del PT non farà che rimediare, nel migliore dei casi, alla crisi di civiltà che stiamo vivendo. Possiamo supporre che se il PT fosse oggi al governo, cercherebbe di fare del suo meglio per costruire un’arca di Noè e salvare così il paese dal diluvio della pandemia, senza però rimettere in questione nessuno dei parametri della riproduzione socio-economica neoliberale del Brasile. In una frase: farebbe del suo meglio, dove ciò che è possibile resta del tutto insufficiente.
Nel frattempo, la dinamica sociale che fa della vita quotidiana una lotta del tutti contro tutti, in un mondo del lavoro dove il lavoro diventa raro e le pallottole fischiano numerose sopra le teste, continua ad aggravarsi.

9. Come nel romanzo Lo strano caso del Dr. Jekyll e di M. Hyde [R. L. Stevenson, 1886], il Brasile presenta due volti ben differenti. O, per essere più precisi, siamo confrontati a due maniere differenti, ma non contradditorie, di gestire la desocializzazione autofaga che caratterizza il neoliberalismo: una è il contenimento e l’altra l’accelerazione.
Constatiamo anche un paradosso, nella misura in cui il progressismo, una volta uscito dal governo, si trasforma in politica restauratrice e mira al ritorno a una passato idealizzato, mentre la destra si posiziona in favore del movimento della storia – in favore di un “progresso”, che può solo condurre alla barbarie.

*Fabio Luis Barbosa dos Santos è professore all’Unifesp [Università Federale di São Paulo], autore di Uma história da onda progressista sul-americana (Elefante, 2019). Marco Antonio Perruso è professore all’UFRRJ [Universidade Federal Rural do Rio de Janeiro] e co-direttore di O Pânico como política – o Brasil no imaginário do lulismo em crise (Mauad, 2020). L’articolo è stato pubblicato sul sito Correio da Cidadania, il 16 aprile 2021; la traduzione in italiano è stata curata dal segretariato MPS.

COLOMBIA

26 morti 30 scomparsi centinaia di feriti e arresti…. domani nuovo sciopero generale. Silenzio stampa italiano.

COLOMBIA: LE MANIFESTAZIONI CONTRO IL GOVERNO DUQUE NON SI FERMANO E VENGONO REPRESSE NEL SANGUE.

Sesto giorno di proteste in Colombia contro il pacchetto di riforme proposte dal governo di Ivan Duque iniziate lo scorso 28 aprile mentre le repressioni della polizia e dell’esercito contro i manifestanti non cessano. Il bilancio delle repressioni è drammatico.

Le proteste contro il pacchetto di riforme proposte dal governo colombiano sono iniziate lo scorso 28 aprile: in molte città della Colombia migliaia di persone hanno iniziato a manifestare pacificamente contro tali riforme ma la polizia ed il corpo speciale anti sommossa (Esmad), come oramai avviene quando la popolazione manifesta contro i governi di destra in sud America, hanno represso il dissenso con violenza inaudita.

Il bilancio di cinque giorni di repressioni da parte della polizia e dell’esercito è drammatico, le organizzazioni che lottano per il rispetto dei diritti umani in Colombia hanno denunciato almeno 21 persone uccise durante gli scontri con la polizia, 208 feriti, 18 con mutilazioni o lesioni agli occhi, 10 casi di violenza sessuale e violenza di genere, almeno 503 detenuti e 42 aggressioni intenzionali contro difensori dei diritti umani o reporter indipendenti. Ma i dati potrebbero essere ancora più drammatici, infatti le autorità non forniscono alcuna notizia su le persone che attualmente risultano disperse. Secondo le organizzazioni dei diritti umani almeno una trentina di cittadini colombiani risultano scomparsi.

Tra le iniziative prese da Ivan Duque per tentare di soffocare le manifestazioni ieri il Presidente ha deciso di schierare l’esercito a fianco della polizia e dell’Esmad con il risultato di militarizzare di fatto la Colombia senza però ottenere il risultato voluto, infatti le proteste non sono cessate. Inoltre ieri Duque ha annunciato ufficialmente che verrà ritirata la riforma tributaria dopo che in precedenza aveva affermato la sua revisione.

La riforma tributaria prevedeva un aumento generalizzato delle tasse e delle imposte che andavano a gravare per il 70 per cento sulle classi poveri e medie della popolazione. Prevedeva tra le altre cose l’aumento dell’Iva sulla maggior parte dei generi di prima necessità come la benzina la cui aliquota passava dal 5 al 19 per cento. La riforma era nata dall’esigenza del governo di aumentare gli ingressi tributari per aumentare poi l’assistenza sociale, ma in pratica erano gli stessi cittadini meno abbienti che necessitavano degli aiuti a pagare per questi aiuti. Da qui il rifiuto generalizzato della popolazione alla riforma e la scesa in piazza per manifestare il proprio rifiuto. Ma il governo di fronte alla crisi economica decideva di acquistare 26 caccia supersonici F16 da guerra, goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Nonostante però il governo abbia ritirato la riforma tributaria le proteste non cessano perché la riforma globale del sistema fiscale colombiano contiene infatti riforme alla sanità, alle pensioni ed al mercato del lavoro. La nuova riforma sanitaria prevede che il malato affetto da patologie croniche paghi una tassa aggiuntiva per ricevere le cure, scompaiano gli ospedali che si dedicano alle cure dei malati di cancro, vengono soppressi i regimi sanitari speciali come quello degli insegnanti ad eccezione di quello del Presidente e del Vicepresidente che restano per questo dei privilegiati, viene chiesto agli ospedali di ridurre i costi di gestione e quelli che non lo faranno saranno chiusi. Insomma una riforma che mette in serio rischio la salute in Colombia e rende il sistema sempre più privatizzato e per conseguenza accessibile sono a chi dispone di grandi ricchezze.

Dopo che il Presidente della Repubblica ha ritirato il progetto di riforma tributaria il Ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla e il suo vice ministro Juan Alberto Londoño hanno deciso di rassegnare le dimissioni. Infatti questa mattina il Ministro ed il Viceministro si presenteranno di fronte ad Ivan Duque per lasciare i loro incarichi. essendo loro i promotori della riforma tanto osteggiata dalla popolazione.

Insomma in Colombia la popolazione sembra proprio che non ne possa più di questo governo che calpesta i più elementari diritti dei cittadini. La protesta nasce dal ripudio di una riforma tributaria ma affonda le radici nel malcontento generalizzato delle classi popolari. Le manifestazioni sono state anche l’occasione per protestare e denunciare nuovamente le continue violenze da parte delle bande paramilitari nei confronti dei leader sociali, degli ex appartenenti alle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane sistematicamente uccisi dopo la firma degli accordi di pace, della mancanza di politiche di sostegno ai contadini che decidano di sospendere la coltivazione della coca, della decisione del governo di distruggere le piantagioni di coca con il Glifosato e di tutte quelle forme di violenza che la popolazione subisce dall’arrogante governo.

Sperare poi che la comunità internazionale prenda una posizione di condanna verso queste violenze sarebbe come volere la luna. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se solo un manifestante fosse stato ucciso nelle manifestazioni che mesi addietro hanno portato in piazza gli abitanti di Hong Kong da parte della polizia. Tutti i governi compatti nel seguire ed assecondare le politiche statunitensi avrebbero gridato allo scandalo, alla dittatura, alla mancanza del rispetto dei diritti umani e cosi via, ma di fronte a quello che il governo colombiano sta compiendo in questi giorni non mi risulta che ci sia stata alcuna denuncia, seppur minima, da parte di coloro che mettono il rispetto dei diritti umani al di sopra di tutto. Ma al cagnolino Duque in fondo abbiamo perdonato tutto quindi anche gli avvenimenti di questi giorni gli perdoneremo in cambio della sua fedeltà atlantica.

Un caso come molti altri della politica dei due pesi e delle due misure.

Andrea Puccio – http://www.occhisulmondo.info

Il Comitato nazionale dello sciopero in Colombia ha annunciato in una conferenza stampa che per il 5 maggio sarà convocata una nuova mobilitazione pacifica in tutto il Paese e ha ribadito che, nonostante il ritiro del progetto della riforma, le proteste continueranno.

Le manifestazioni di massa contro la riforma tributaria – che prevedeva un aumento generalizzato dell’Iva e una maggiore pressione fiscale sulla popolazione di reddito medio – sono iniziate il 28 aprile scorso, e secondo l’ufficio del Difensore civico, almeno 16 civili e un agente di polizia sono morti durante le manifestazioni, mentre almeno 700 persone sono rimaste ferite, tra poliziotti e manifestanti. Tuttavia, secondo la ong colombiana Temblores, le vittime della «violenza omicida della polizia» sarebbero 26.

Il direttore della Polizia nazionale colombiana, generale Jorge Luis Vargas, ha indicato che in seguito a denunce pubbliche di violenza da parte delle forze dell’ordine, sono state aperte 26 indagini disciplinari per condotte quali lesioni personali e abuso di autorità.

L’ondata di proteste contro la riforma fiscale ha provocato un terremoto nell’Esecutivo Duque, con le dimissioni del ministro delle Finanze, Alberto Carrasquilla, e del viceministro Juan Alberto Londoño. È la terza volta che Carrasquilla si dimette dall’incarico nel governo di Duque, ma nelle due precedenti occasioni il capo dello Stato lo aveva riconfermato, mentre in questa occasione, il capo di Stato ha accettato la decisione.

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