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LIVORNO

Da giovedì 6 maggio
La farmacia comunale di via Grande riprende il servizio H24 dopo il restyling
Spazi più adeguati per il servizio notturno e nuovi servizi
Da giovedì 6 maggio il servizio H24 (quindi con apertura anche notturna) si sposta nuovamente alla Farmacia comunale n.8 di via Grande, mentre la Farmacia n.2 della Rosa torna all’orario diurno.
Come si ricorderà la farmacia n.8 è stata chiusa per circa due mesi per lavori di ristrutturazione e riaprirà appunto giovedì mattina con spazi rinnovati e nuovi servizi.
Dopo il restyling la Farmacia Comunale n. 8 può dunque riprendere il suo indiscusso ruolo di servizio in quanto unica farmacia sul territorio comunale, tra tutte quelle pubbliche e private, che rimane aperta per 24 ore al giorno tutti i giorni dell’anno, un sicuro punto di riferimento non solo per i livornesi ma anche per i cittadini dei comuni limitrofi. L’intervento di ristrutturazione è stato finalizzato a rendere più fruibili i servizi erogati e i reparti merceologici della farmacia, consentendo di adeguare la struttura alle nuove esigenze che una farmacia moderna deve soddisfare, pur con i limiti dettati dagli spazi e dai locali a disposizione.
Queste le novità: – è stato creato un nuovo accesso al servizio notturno, che dalla precedente collocazione su via Fiume è stato trasferito sotto i portici di via Cogorano. Questo spostamento ha consentito di eliminare la problematica costituita da una barriera architettonica costituita dalla soglia di accesso a quota + 25 cm rispetto al piano del marciapiede di via Fiume, che impediva di fatto l’accesso agli utenti su sedia a rotelle. Inoltre potrà essere  garantito un maggior comfort agli utenti nelle giornate piovose;
– gli spazi sono stati  ottimizzati per consentire oltre alle attività tradizionali e tipiche della farmacia (vendita medicinali e prodotti farmaceutici, consigli personalizzati di prodotti per la salute, il benessere e la prevenzione) anche i servizi  socio-sanitari per i quali la Farmacia di Piazza Grande da anni è punto di riferimento, nell’ambito degli accordi con la Regione Toscana e con la Asl. Tra questi servizi, erogati sul territorio del Comune dalle sole farmacie pubbliche, ci sono le prenotazioni CUP, il pagamento ticket sanitari, il ritiro referti da totem, nonché la possibilità di stampare e ritirare gratuitamente ben 14 tipi di certificati anagrafici. A questi sia aggiunga la telecardiologia, l’effettuazione di test antigenici rapidi, test sierologici e prossimamente la somministrazione di vaccini SARS-CoV-2.

Cerimonia in Comune domenica 9 maggio alle ore 11.30
Il Comune di Livorno ricorda le vittime livornesi della strage di Bologna
Aderisce per la prima volta al Giorno della memoria  dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi

L’Amministrazione Comunale di Livorno, da quest’anno, aderisce al Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, ricorrenza della Repubblica Italiana istituita con la legge 4 maggio 2007 n° 56 che viene celebrato il 9 maggio, giorno in cui fu ucciso Aldo Moro (9 maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia).
Domenica 9 maggio, alle ore 11.30, nella Sala del Consiglio, il Comune di Livorno renderà omaggio alla memoria dei due cittadini livornesi vittime della strage di Bologna il 2 agosto 1980: Lina Ferretti Mannocci, che perse la vita nell’attentato, e il marito Rolando Mannocci, ferito gravemente e rimasto invalido, perito successivamente, e inserito quindi ufficialmente nella lista dei deceduti a causa della strage.
Il sindaco Luca Salvetti consegnerà una pergamena ai figli della coppia, Paola e Maurizio Mannocci, alla presenza del prefetto Paolo D’Attilio, del comandante del Presidio Militare contrammiraglio Flavio Biaggi, della  presidente della Provincia di Livorno Maria Ida Bessi, del presidente del Consiglio comunale Pietro Caruso e dei capigruppo consiliari.
Per lo svolgimento dell’iniziativa saranno garantiti i protocolli di sicurezza per il contenimento dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

LE VITTIME LIVORNESI DELLA STRAGE DI BOLOGNA
SCHEDA DI APPROFONDIMENTO DA UNA RICOSTRUZIONE SUI GIORNALI D’EPOCA
 Sabato 2 agosto 1980, alle 10.25, un ordigno ad alto potenziale esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna: lo scoppio fu violentissimo e provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso, in sosta al primo binario. Il bilancio di questa strage, la più efferata compiuta nell’Italia repubblicana, fu di 85 morti e 200 feriti. 
Tra le vittime anche Lina Ferretti, 54 anni residente a Livorno (era nata a Peccioli) che insieme al marito, Rolando Mannocci, 54 anni, livornese, ferroviere e dirigente della sezione Pci delle ferrovie di Livorno, e a sua volta rimasto gravemente ferito, stava recandosi in vacanza sulle Dolomiti. 
La donna rimase schiacciata tra le macerie e morì poco dopo, mentre le prime squadre di soccorso cercavano di prestarle aiuto. Il marito fu tratto in salvo dalle squadre di soccorso che dovettero lavorare diverso tempo prima di liberarlo dalle macerie. Mannocci fu trasportato prima all’ospedale Bellaria, poi al Maggiore e quindi al centro traumatologico. Mannocci fu investito dall’esplosione alle spalle, dove riportò le ustioni più profonde, mentre un braccio e soprattutto una mano (si parlava della necessità di un intervento di amputazione) rimasero colpiti dal crollo. 
La coppia, che abitava a Livorno in via Pannocchia, nella zona della stazione, era partita la mattina presto alla volta di  Bologna dove, alle 11.30, avrebbe dovuto prendere la coincidenza per raggiungere Bolzano. I due si trovavano proprio nella sala d’attesa dove era stato collocato l’esplosivo.
Appresa la notizia della strage il sindaco Alì Nannipieri inviò al sindaco di Bologna, Renato Zangheri, un telegramma di commossa partecipazione dei livornesi. Nannipieri inviò anche un telegramma a nome della città anche ai figli della coppia.
Un telegramma fu inviato anche dal presidente della Provincia Emanuele Cocchella, sia al sindaco di Bologna che ai figli della coppia.
Già dalla domenica, avuta certezza che si trattava di un attentato terroristico, si riunirono sia la Giunta comunale che il Comitato cittadino antifascista. E mentre i sindacati decidevano due ore di sciopero generale per la mattina del lunedì 4, dalle segreterie dei partiti partivano documenti di condanna. Il  comitato permanente antifascista, con l’appoggio del sindacato confederale e dei partiti democratici, indisse per la sera  dalla domenica  una manifestazione popolare in piazza della Repubblica per esprimere solidarietà alle vittime, per manifestare il più fermo impegno contro le forze dell’eversione fascista, e per difendere e rafforzare le istituzioni democratiche.
Manifesti furono fatti affiggere sia dal Comune che dalla Provincia.
Lunedì 4 agosto 1980 alle 10 tutti i negozi abbassarono le saracinesche, gli operai nelle fabbriche sospesero il lavoro, i mezzi pubblici rimasero fermi per un’ora.
La città di Livorno fu rappresentata ai funerali, svoltisi a Bologna nel pomeriggio di mercoledì 6 agosto, dai gonfaloni del Comune e della Provincia. Per partecipare alle esequie furono allestiti dei pullman. In coincidenza con i funerali fu sospesa ogni attività commerciale e artigianale.La salma di Lina Ferretti fu traslata, per interessamento del sindaco Nannipieri, al cimitero dei Lupi. 
La Giunta comunale deliberò la stanziamento di 5 milioni di lire a favore delle vittime. All’indomani dell’attentato, infatti, il Comune di Bologna aveva costituito un fondo di solidarietà.

Approvato dal Consiglio Comunale il Regolamento per l’assegnazione ai titolari di contrassegno disabili di spazi di sosta personalizzati
Approvato oggi all’unanimità dal Consiglio Comunale il Regolamento per l’assegnazione ai titolari di contrassegno disabili di spazi di sosta personalizzati. 
Grazie al Regolamento, i criteri per l’assegnazione saranno più chiari e trasparenti, e i tempi dell’iter procedurale saranno certi.Potranno fare domanda le persone disabili che presentino particolari condizioni di invalidità tali da impedire la deambulazione autonoma o che compromettano la possibilità di spostamenti autonomi, e che abbiano effettive esigenze di muoversi per necessità terapeutiche, lavorative, di studio o altre attività anche di carattere sociale. Inoltre, ai sensi dell’Articolo 381 del DPR 495/1992, i richiedenti non dovranno avere disponibilità di uno spazio di sosta privato accessibile e fruibile, e lo spazio personalizzato potrà essere richiesto nelle zone ad alta densità di traffico.Per la valutazione delle richieste, il Regolamento prevede una Commissione Tecnica interna al Comune, alla quale può sempre partecipare il Garante dei diritti delle persone con disabilità, che va quindi a superare il Comitato Tecnico Scientifico istituito nel 2017, all’interno del quale erano presenti anche rappresentanti dell’Azienda ASL e della Direzione Provinciale dell’INPS, cosa non prevista dalla normativa e fonte di inevitabili rallentamenti nell’iter istruttorio. Da ora in poi, entro 45 giorni dalla presentazione dell’istanza il richiedente saprà se lo spazio personalizzato è stato concesso o negato (con diniego motivato), e nei successivi 45 giorni, se concesso, lo stallo verrà realizzato. La razionalizzazione dell’iter istruttorio permetterà anche un censimento più capillare degli stalli personalizzati decaduti, che verranno quindi convertiti in generici o cancellati se non necessari. 
“Questo Regolamento – dichiara l’assessora alla Mobilità e Ambiente Giovanna Cepparello – rappresenta un piccolo ma importante passo avanti verso una città più accessibile, a misura di tutti. Gli uffici hanno svolto un lavoro prezioso, in stretta collaborazione sia con l’Assessorato che con il Garante dei diritti delle persone con disabilità, producendo un testo chiaro e condiviso su un tema fondamentale”.Un’altra importante novità introdotta nei giorni scorsi dall’Amministrazione Comunale grazie all’Ufficio Mobilità riguarda la possibilità di richiedere i contrassegni per persone disabili attraverso una semplice procedura online.
I moduli online si trovano in Servizi online – Sportello del cittadino – Traffico e mobilità, scegliendo dal menu laterale ‘Rilascio contrassegno disabili’.

La Colombia sull’orlo dell’insurrezione

In Colombia, le manifestazioni si sono intensificate da subito, già mercoledì 28 al momento dell’indizione dello sciopero nazionale contro la riforma fiscale. Il tutto inoltre si è svolto e continua a svolgersi in un contesto di rapido aggravamento della pandemia che ha già provocato nel paese andino oltre 75.000 morti (su una popolazione di poco più di 50 milioni di abitanti). In questi ultimi giorni il numero delle morti cresce al ritmo di 5-600 al giorno, un livello finora mai visto nel paese presieduto dal conservatore Iván Duque Márquez. L’occupazione delle unità di terapia intensiva nelle grandi città supera il 90%.

Se un popolo va a protestare nel mezzo di una pandemia, è perché il governo è più pericoloso del virus”. C’era scritto su uno delle migliaia di striscioni delle proteste di massa che da mercoledì sono dilagate in tutto il paese, per poi crescere incredibilmente nella giornata di sabato 1° maggio in tutte le principali città.

La misura che si pretende di far approvare è illustrata in un documento di 110 pagine che il governo colombiano ha chiamato “Legge di Solidarietà Sostenibile”, finalizzato a “rendere le finanze pubbliche sostenibili nel contesto della crisi” e a “mantenere la fiducia degli investitori e dei finanziatori stranieri”. Ma che non è altro che una riforma fiscale che penalizza i consumi popolari rendendo ancora più regressivo il sistema di tassazione colombiano, cercando di far pagare le imposte indirette alle masse, tassando i salari dei lavoratori, mentre esclude da essa il potere ecclesiastico e l’oligarchia capitalista, preservando le (proporzionalmente) grandissime spese militari utili solo per mantenere il controllo del territorio e per difendere il modello di sviluppo neoliberale basato sull’espropriazione delle terre.

La legge propone l’introduzione di una “patrimoniale” dell’1% sulle ricchezze superiori a 4,8 miliardi di pesos (pari a 1,2 milioni di euro) e del 2% su quelle superiori a 14 miliardi di pesos (3,33 milioni di euro). Ma propone anche la riduzione delle imposte sul reddito delle società, e contemporaneamente sovrattasse sui carburanti e contributi ai lavoratori del settore pubblico o privato che guadagnano più di 10 milioni di pesos al mese (2.300 euro).

Secondo l’ECLAC, la Commissione economica dell’ONU per l’America Latina e i Caraibi, in Colombia l’1% più ricco paga meno del 5% del suo reddito in tasse!

Ma non basta: c’è la volontà di aumentare l’IVA dal 16% al 19% su una serie di prodotti di consumo popolare (uova, caffè e latte) e sulle tariffe dei servizi pubblici di energia, gas, acqua e fogne. Senza contare che la Colombia è tra i paesi latinoamericani quello più segnato dalla privatizzazione dei servizi pubblici (sanità e scuola prima di tutto).

Ma la rabbia del popolo colombiano non si basa solo sul rifiuto della riforma fiscale. C’è dietro tutta la gravissima disuguaglianza sociale che fa di quel paese il più povero di tutta la povera America Latina, disuguaglianza che la pandemia ha approfondito in maniera intollerabile. In Colombia più della metà della forza lavoro è nel settore informale, i disoccupati ufficiali sono 4 milioni, il mondo contadino è stato abbandonato al proprio destino.

Le manifestazioni sono dilagate ovunque. Le città sono bloccate dallo sciopero dei trasporti e dei distributori di carburante. Le manifestazioni hanno avuto un seguito al di là di tutte le previsioni. Il sindacalismo in Colombia è sempre stato particolarmente debole, a differenza di quel che accade in molti altri paesi dell’America Latina. E’ “normale” che nel paese, quando un datore di lavoro individua un proprio dipendente come quadro sindacale lo licenzi. Quando le vertenze di lavoro si inaspriscono è uso delle autorità governative di intervenire e imporre accordi ovviamente favorevoli alle aziende. Il movimento sindacale non è mai riuscito a costruire una propria identità nazionale restando sempre fortemente regionalizzato. E infine, soprattutto, ha sempre cercato di collegarsi con uno o l’altro dei due partiti (quello conservatore e quello liberale) sulla cui alternanza si è ingessata per decenni la politica colombiana.

Il presidente per affrontare la protesta ha dichiarato in tutto il paese il coprifuoco e ha fatto scendere in strada i militari in tutte le principali città, con la conseguenza di far crescere l’intensità degli incidenti che si sono verificati da subito, ma hanno raggiunto il culmine sabato 1° maggio, quando, soprattutto nella grande città di Cali, ma anche in molte altre città: Cajamarca, Bucaramanga, Cartagena, Gachancipá, Medellin, Choco, Meta, Vichada, Arauca, Barranquilla e nella stessa capitale Bogotà, si sono diffusi scontri in tutte le vie. Nella città di Manizales i manifestanti hanno abbattuto il busto di un politico conservatore.

Al momento le fonti ufficiali parlano di 19 morti tra i manifestanti e di un poliziotto, ma le organizzazioni non governative attive nel paese segnalano che il numero reale potrebbe essere significativamente più alto. Sono parecchie centinaia i feriti e altrettanti gli arrestati durante le manifestazioni aggredite dai militari e dalla polizia.

Parecchio violente sono state le azioni dell’ESMAD, l’Escuadrón Móvil Antidisturbios (lo squadrone mobile antisommosse) che è quello che rimane degli squadroni della morte che hanno imperversato nel paese tra il 2000 e il 2016. Come ormai è consueto, vista la grande diffusione degli strumenti audiovisivi, sono tante le video testimonianze di queste violenze che riprendono anche manifestati colpiti a freddo alle spalle dalle pallottole dei militari.

Numerose ONG e associazioni per i diritti umani hanno aggiunto la loro voce a queste denunce, chiedendo l’intervento dell’amministrazione USA di Biden e dell’Unione europea.

Nel discorso con il quale annunciava l’invio dei militari, Duque, attorniato dalla vicepresidente Marta Lucia Ramirez, dal ministro degli interni Daniel Palacios e dal comandante dell’esercito Eduardo Zapateiro, ha detto: “voglio lanciare un avvertimento a coloro che attraverso la violenza, il vandalismo e il terrorismo cercano di intimidire la società e credono che con questo meccanismo piegheranno le istituzioni. Come comandante supremo delle forze armate, ho autorizzato la presenza militare nei luoghi dove è necessaria, in coordinamento con i sindaci e i governatori”.

Il comportamento brutale dei militari non dipende da fattori casuali. Basti pensare al tweet fatto dall’ex presidente Álvaro Uribe, eminenza grigia dietro Duque. Uribe ha scritto: “sosteniamo il diritto dei soldati e della polizia di usare le loro armi per difendere la loro integrità e per difendere persone e proprietà dall’azione criminale del terrorismo vandalico”. Un vero e proprio incitamento alla violenza. Non a caso Twitter ha rimosso il messaggio per non aver rispettato le politiche di utilizzo.

D’altra parte la Colombia è avvezza ad un livello di violenza sociale senza paragone perfino nell’America Latina. Due decenni di guerra interna contro le organizzazioni guerrigliere sono costati migliaia di morti in particolare tra le popolazioni civili sottoposte all’imperversare dell’esercito e dei gruppi paramilitari filogovernativi, anche dopo la firma degli “accordi di pace” del 2016. Questo ha prodotto più di sette milioni di sfollati interni (una cifra seconda solo a quella della Siria a livello globale). L’azione di “controinsurrezione” mirava peraltro soprattutto a garantire la sicurezza delle compagnie petrolifere e degli allevatori di bestiame.

E a livello internazionale i governi autoritari e reazionari colombiani hanno goduto per decenni e continuano a godere del sostegno politico ed economico delle istituzioni imperialiste internazionali con il pretesto della lotta contro la droga. L’appoggio statunitense e della stessa Unione europea alla Colombia negli ultimi anni è ulteriormente cresciuto come contrappeso contro il Venezuela “bolivarista”.

Con la sua riforma fiscale, Duque con i suoi economisti vorrebbe ridurre il buco di bilancio aperto dalle spese imposte dalla pandemia. L’opposizione non condivide affatto le sue scelte.

La sindaca della capitale Bogotà, la femminista lesbica e ambientalista Claudia Lopez ha accusato Uribe di aver innescato “letteralmente” la tensione. Ha detto: “non permetteremo che i nostri giovani vengano massacrati. Dopo molti sforzi siamo riusciti a ritirare l’ESMAD da tutti i punti e garantire il ritorno a casa” ma ha anche pregato i manifestanti di non impedire nelle strade il passaggio delle ambulanze alla ricerca di posti letto negli ospedali stracolmi.

Lo sciopero ha già ottenuto una prima vittoria, costringendo il ministro delle finanze Alberto Carrasquilla alle dimissioni e il presidente Duque ad accantonare, almeno per il momento la sua proposta.

Il Comitato Nazionale di Sciopero ha indetto per domani 5 maggio una nuova mobilitazione di massa, affermando che “durante i sei giorni di sciopero nazionale le autorità civili, militari e di polizia hanno quotidianamente ridotto le libertà e le garanzie democratiche, lasciando decine di persone morte, centinaia di feriti e imprigionati”. La protesta di domani chiede “libertà e garanzie democratiche, garanzie costituzionali per la mobilitazione e la protesta, la smilitarizzazione delle città, la fine dei massacri e la punizione dei responsabili e lo scioglimento dell’Esmad”, la violenta forza di sicurezza utilizzata contro le proteste popolari. Si rivendicano anche “la vaccinazione massiccia della popolazione contro il Covid, un reddito di base almeno pari al salario minimo, la difesa della produzione nazionale agricola, industriale, artigianale, contadina, sussidi per le piccole imprese e garanzie di lavoro con diritti, il divieto di irrorazione aerea di prodotti agrochimici a base di glifosato”.

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