ALTRE NEWS DEL 23/5

Non tutte le ingiustizie, le aggressioni, le violenze, sono uguali? Un’amara riflessione, probabilmente controcorrente, sui due pesi, due misure. Anche nella sinistra “radicale”!

Ieri sera, tornando dall’ennesima manifestazione pro-Palestina, a cui ho partecipato insieme a centinaia di persone (molti anche i compagni, tra quelle persone), riflettevo sul relativo “successo” delle manifestazioni analoghe a Brescia, in Italia e in tutto il mondo. E sull’attenzione dei media, mainstream o meno, dedicata alla vicenda. Oltre 50 anni sono passati dalla mia prima manifestazione contro l’aggressione israeliana al popolo palestinese. Ho partecipato a….(ho perso il conto) manifestazioni più o meno identiche in Italia, in Spagna, in Francia. Tutte con un sostegno relativamente di massa. Ricordo una, in particolare, a Marsiglia, circa dodici anni fa, in cui eravamo circa 20 mila! Una cifra enorme, grazie anche all’afflusso di migliaia di giovani arabi (soprattutto maghrebini) presenti nelle banlieu marsigliesi. E pure qui a Brescia, il sabato precedente a quella di ieri, eravamo veramente in molti, tenuto conto delle restrizioni antiCovid. Facevo il paragone con le manifestazioni che abbiamo organizzato negli ultimi anni per il Rojava, sottoposto all’aggressione degli islamo-fascisti dell’ISIS prima, del regime di Erdogan poi. Quando andava bene (e non c’erano restrizioni antiCOVID) riuscivamo ad essere un centinaio o poco più (come durante la battaglia di Kobane), più spesso eravamo in poche decine. E facevo, un po’ a spanne è vero, dei calcoli un po’ immorali, in cui “pesavo” cinicamente le vittime: solo durante la battaglia per Kobane ci furono oltre 400 mila rifugiati (in grande maggioranza curdi e yazidi), probabilmente più di un migliaio di morti civili (oltre ai combattenti “nostri” e nemici), distruzioni, stupri di massa, crudeltà inimmaginabili (di fronte alle quali quelle commesse dall’esercito sionista impallidiscono). E siamo scesi in Piazza Loggia in poco più di un centinaio, mentre sabato scorso, di fronte ai bombardamenti (criminalissimi, ovvio) su Gaza, che al momento avevano causato 138 morti (tra civili e “militari” di Hamas e Jihad – dei 10 morti israeliani credo che quasi nessuno, in quella piazza, si preoccupasse -) eravamo probabilmente almeno 10 volte tanti. C’erano i 100 o poco più di qualche anno fa (ci siamo sempre, contro tutte le ingiustizie!) più altri 8-900, in gran parte giovani immigrati d’origine araba, ma anche “italiani” di sinistra, che non avevo visto in piazza per il Rojava. Ho pensato, tra me e me: si vede che un morto palestinese vale almeno 10 morti curdi, o yazidi (a sua volta un morto israeliano pare valga 10 morti palestinesi, o giù di lì). E poi, sempre più tristemente, paragonavo il progetto del Rojava, laico, democratico, femminista, ecologista, multietnico, al progetto per ora, purtroppo egemone a Gaza, di Hamas e dei fratellini islamisti. Si vede, mi è venuto da pensare, che in questo periodo di espansione delle ideologie di destra (in particolare di estrema destra) “tira” molto di più l’immagine del “combattente” con la fascia verde con su scritti i versetti del Corano piuttosto del bel viso della miliziana delle YPJ che a volto scoperto affronta le canaglie islamo-fasciste dell’Isis o di Erdogan. E mi riferisco qui non tanto ai giovani e alle giovani (spesso con l’hijab, ahimè) immigrati/e d’origine araba, che ovviamente sono mossi, nel migliore dei casi, dal nazionalismo (e nel peggiore dall’identità religiosa), ma proprio ai “miei” compagni della sinistra “radicale” bresciana, così “tirchi” politicamente da non muovere il culo per il Rojava ed invece di trovare il tempo di scendere in piazza, una tantum, per una causa, ovviamente giusta (almeno così la giudico io, visto che c’ero) ma infinitamente meno progressista e vicina al mio “sentire” di quella del Confederalismo Democratico del Rojava. E, sconsolatamente, mi sono avviato verso casa, col solito refrain “MALA TEMPORA CURRUNT”!

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’anniversario delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio: “Falcone e Borsellino erano due magistrati di grande valore e di altissima moralità. La mafia li assassinò perché erano simboli di legalità e di coraggio”

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato a Palermo in occasione dell’anniversario delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio.

Il Presidente Mattarella è intervenuto alla cerimonia commemorativa che si è svolta nell’Aula Bunker del carcere dell’Ucciardone, nel corso della quale hanno preso la parola: Maria Falcone, Presidente della Fondazione Falcone; Luciana Lamorgese, Ministro dell’interno; Marta Cartabia, Ministro della giustizia; Lamberto Giannini, Capo della Polizia-Direttore generale della pubblica sicurezza; Patrizio Bianchi, Ministro dell’istruzione.

Dall’Aula Bunker si sono collegati con le scuole vincitrici del concorso “Cittadini di un’Europa libera dalle mafie” promosso dalla Fondazione Falcone e dal Ministero dell’istruzione.

La cerimonia si è conclusa con l’intervento del Capo dello Stato: “Rivolgo un saluto alle autorità che ad alto livello rappresentano qui il Parlamento, il Governo, la Regione, la Magistratura, tante realtà importanti nel nostro Paese.

Un saluto a tutti i presenti e a quanti seguono da remoto. Un saluto particolarmente intenso nei confronti dei giovani, segno di speranza per il futuro del nostro Paese.

Nonostante i tanti anni passati, è sempre di forte significato ritrovarsi in questa aula bunker, un luogo di grande valenza simbolica, dove la Repubblica ha assestato colpi di grande rilievo nel cammino della lotta contro la mafia.

Ancor più significativo nell’anniversario del terribile attentato che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, cui fece seguito, qualche settimana più tardi, quello in cui furono assassinati Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.  Una ricorrenza, questa, divenuta Giorno della Legalità, in ricordo di tutte le vittime di mafia.

Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti. Un ringraziamento particolare vorrei rivolgere, come ogni anno, a Maria Falcone. Va iscritto a merito suo e della Fondazione che presiede e anima con tanta passione, se questo anniversario, di per sé triste e angosciante, è diventato, anno dopo anno, occasione di riscatto e di consapevolezza; che ha dinamicamente coinvolto, in numero crescente, diverse generazioni di giovani.

L’onda di sdegno e di commozione generale, suscitata dai gravissimi attentati a Falcone e a Borsellino, il grido di dolore e di protesta che si è levato dagli italiani liberi e onesti è diventato movimento, passione, azione. Hanno messo radici solide nella società. Con un lavorio paziente e incessante, hanno contribuito a spezzare le catene della paura, della reticenza, dell’ambiguità, del conformismo, del silenzio, della complicità.

La mafia, lo sappiamo, esiste tuttora. Non è stata ancora definitivamente sconfitta. Estende i suoi tentacoli nefasti in attività illecite e insidiose anche a livello internazionale. Per questo è necessario tenere sempre la guardia alta e l’attenzione vigile da parte di tutte le forze dello Stato. Ma la condanna popolare, ampia e possente, ha respinto con efficacia, in modo chiaro, corale e diffuso, i crimini, gli uomini, i metodi, l’esistenza della mafia.

Nessuna zona grigia, nessuna omertà né tacita connivenza: o si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi. Non vi sono alternative.

La mafia teme, certamente, le sentenze dei tribunali. Ma vede come un grave pericolo per la sua stessa esistenza la condanna da parte degli uomini liberi e coraggiosi.

La mafia ha sicuramente paura di forze dell’ordine efficienti, capaci di contrastare e reprimere le attività illecite. Ma questa paura l’avverte anche di fronte alla ripulsa e al disprezzo da parte dei cittadini e soprattutto dei giovani.

La mafia, diceva Antonino Caponnetto, «teme la scuola più della Giustizia, l’istruzione toglie l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa».

Una organizzazione criminale, che ha fatto di una malintesa, distorta e falsa onorabilità il suo codice di condotta, in questi ultimi decenni ha perduto terreno nella capacità di aggregare e di generare, anche attraverso il terrore, consenso e omertà tra la popolazione.

La mafia, con queste premesse, non è invincibile. Può essere definitivamente sconfitta, realizzando così la lucida profezia di Giovanni Falcone.

In questa giornata, così significativa e così partecipata, ricordiamo – nel nome di Falcone e Borsellino – tutti gli uomini e le donne che sono stati uccisi dalla mafia. Magistrati ed esponenti politici; sindaci e amministratori; giornalisti e testimoni; appartenenti alle forze dell’ordine e alla società civile; servitori dello Stato e cittadini che hanno detto no al pizzo; collaboratori di giustizia, loro familiari, persino persone che passavano per caso in un luogo di attentato.

Il loro numero è impressionante, una lista interminabile, una scia di sangue e di coraggio, che ha attraversato dolorosamente la nostra storia recente. La loro morte ha provocato lutti, disperazione, sofferenze. Non li possiamo dimenticare. Ognuno di loro ha rappresentato un seme. Il loro ricordo richiede decisi passi avanti verso la liberazione e verso il riscatto.

Falcone e Borsellino erano due magistrati di grande valore e di altissima moralità. L’intelligenza e la capacità investigativa erano valorizzate e ingigantite da una coscienza limpida, da un attaccamento ai valori della Costituzione, da una fiducia sacrale nella legge e nella sua efficacia.

La mafia volle eliminarli non soltanto per la loro competenza nella lotta alla criminalità organizzata, per la loro efficienza, per la loro conoscenza dei metodi e delle prassi del crimine organizzato. Li assassinò anche perché erano simboli di legalità, di intransigenza, di coraggio, di determinazione. Erano di stimolo e di esempio per tanti giovani colleghi magistrati e per i cittadini, che li amavano e che riponevano in loro fiducia e speranza. Sono rimasti modelli di stimolo e di esempio.

A Falcone, a Borsellino, a tante nobili figure di magistrati caduti vittime perché avvertivano alta la responsabilità del ruolo e della dignità della funzione di giustizia, guarda il complesso della Magistratura italiana. Ad essi si ispira il lavoro tenace di tanti magistrati, presidio di legalità.

A figure di magistrati come loro la società civile guarda con riconoscenza. Vi guarda come lezioni che consentono di nutrire fiducia nella giustizia amministrata in nome del popolo italiano.

In direzione contraria sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all’interno della Magistratura, minano il prestigio e l’autorevolezza dell’Ordine Giudiziario. Questi devono risiedere nella coscienza dei cittadini.

Anche il solo dubbio che la giustizia possa non essere, sempre, esercitata esclusivamente in base alla legge provoca turbamento.

Se la Magistratura perdesse credibilità agli occhi della pubblica opinione, s’indebolirebbe anche la lotta al crimine e alla mafia.

Vorrei ribadire, oggi, quanto già detto nel giugno 2019 al CSM e nel giugno 2020 al Quirinale: la credibilità della Magistratura e la sua capacità di riscuotere fiducia sono imprescindibili per il funzionamento del sistema costituzionale e per il positivo svolgimento della vita della Repubblica.

A questo scopo gli strumenti a disposizione non mancano. Si prosegua, rapidamente e rigorosamente, a far luce su dubbi, ombre, sospetti, su responsabilità. Si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione.

Cari ragazzi che ascoltate, al contrario di quanto i mafiosi speravano, la conseguenza del sacrificio di Falcone, Borsellino e di chi si trovava con loro è stato il grande aumento della diffusione, permanente nel tempo, di una mentalità nuova, di consapevolezza e di rifiuto del fenomeno mafioso.

Provenendo da Punta Raisi si passa accanto al monumento che rammenta la terribile strage di Capaci: è un punto coinvolgente, di forte ricordo.

Voi giovani, che gridate no alle compromissioni, alle clientele, alle complicità, alla violenza, costituite un monumento vivo, dinamico e prezioso.

In voi si esprime la voce della società contro condizionamenti illeciti, intrighi, prepotenze, violenza sopraffattrice; la voce dell’Italia che chiede che tutti e ovunque possano sentirsi realmente e pienamente liberi nelle proprie scelte e nelle proprie iniziative. In definitiva, la voce della civiltà e della storia“.

Mattarella è giunto, quindi, alla caserma “Pietro Lungaro” dove, all’interno del Reparto scorte, ha deposto una corona ai piedi della lapide commemorativa delle vittime delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio.

Si è svolta la cerimonia di svelamento della teca contenente i resti della “Quarto Savona 15”, il nome in codice dell’autovettura su cui viaggiava la scorta del giudice Giovanni Falcone il giorno dell’attentato.

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