PRINCIPALI NEWS DEL 7/6

DA OGGI COPRIFUOCO PASSA DALLE 23 ALLE 24

POLITICA ECONOMICA

MILANO

MIB 1%

SPREAD 2,31% CON 105 PUNTI

RIALZI: UNICREDIT 3,37% CAMPARI 2,01%

UN SOLO RIBASSO INTESA -0,44%


Colombia

Un’esplosione sociale a misura della crisi

Prima di incominciare vorrei fare una premessa, anzi, due.

La prima è che io, in Colombia, malgrado almeno tre tentativi, non ci son mai potuto andare. Non mi posso quindi prevalere dell’autorità che generalmente si ha tendenza a conferire a chi “c’è stato”.

La seconda è che io non sono uno specialista dell’America latina nel senso professionale. Dell’America latina ho incominciato ad interessarmi sin dai tempi, oramai remoti, in cui, giovane romantico, scoprivo in Ernesto Guevara, Camilo Torres o Roberto Santucho i miei nuovi eroi. E da allora, ho sempre cercato di seguire quelle situazioni sia tramite letture e viaggi che grazie alle tante discussioni con compagni e compagne che, laggiù, ci vivono e militano.

Quella che vi propongo questa sera non è dunque La verità, ma un tentativo di comprensione che vorrei mettere in comune.

Parliamo dunque della Colombia

Già il nome del paese non è cosa da poco: al contrario del Brasile, per esempio, così chiamato perché c’era laggiù un legno color di brace –brasa, in portoghese-, qui si fa direttamente referenza a Colombo, l’uomo che, forse malgrado le sue intenzioni, aprì la strada alla colonizzazione.

Grande quanto trenta volte la Svizzera -la quarta superficie dell’America latina dopo Brasile, Argentina e Messico- il paese conta un po’ meno di 50 milioni di abitanti, di cui più della metà sono meticci, il 10% sono afro-discendenti, 3,4% amerindiani e solo un terzo sono bianchi -generalmente discendenti dalla nobiltà spagnola, proprietari terrieri, ecclesiastici o membri delle alte sfere dell’esercito.

La Colombia è anche il quarto paese più ricco di tutta l’America latina. Oddio, intendiamoci però sulla nozione di “ricchezza”, tutta relativa: infatti, il PIL pro capite della Colombia era, nel 2020, di 4718 dollari per abitante, ben lungi, non dico dai 61’430 US$ della Svizzera, ma dai 43’551 della Francia o dai 37’970 US$ dell’Italia.

È quarta in classifica lo è pure in termini di disuguaglianze sociali con l’1% della popolazione che detiene il 60% delle terre ed il 20% dei più ricchi che posseggono il 60% delle ricchezze. All’inizio di quest’anno, più di 21 milioni di Colombiani tiravano a campare con un reddito di 331’688 pesos -cioè 88 US$- al mese!

Sede di sette grandi basi militari statunitensi, la Colombia rappresenta una pedina importante per gli USA: permetto loro il controllo diretto tanto sulle vie di approvvigionamento -le rotte navali transpacifiche- che sui vicini giacimenti, in particolare quelli del litio tanto necessario per le pile delle automobili elettriche, cioè al cosiddetto “capitalismo verde”.

Economia tipicamente dipendente dal mercato internazionale, la Colombia vive di esportazioni, quelle del petrolio -primo prodotto di esportazione- e di prodotti agricoli, primo fra tutti, il caffè.

Ed è il paese nel quale, a meno di un’ora di macchina dalla capitale, si trova, su 80’000 ettari, la più grande piantagione di coca al mondo. Lascio a voi immaginare quali possano essere i collegamenti tra questo più che potentissimo settore economico e gli apparati di Stato, l’esercito, le forze di polizia ed il settore bancario e dell’edilizia. Un narco-Stato, dicono alcuni…

Dal 28 aprile in qua

È da quel giorno che il paese conosce un’esplosione sociale che dura oramai da quasi un mese, iniziata con un massiccio sciopero contro la riforma fiscale voluta dal governo Duque.

Temendo la deteriorazione del rating della Colombia fissato dalle grandi agenzie di notazione con un conseguente rischio elevato di inflazione e di ulteriore riduzione degli investimenti esteri, lo scopo della riforma era di poter garantire degli introiti fiscali pari al 2% del PIL contro l’1,2% attuale (a titolo di paragone, la stessa ratio è superiore al 10% negli USA ed è quasi dell’11% in Italia).

Presentata come “equilibrata”, la riforma, che era la quattordicesima dal 2000 -cioè, in media, una riforma fiscale ogni anno e mezzo-, comportava tre aspetti principali.

Oltre all’aumento dell’imposizione della ricchezza – ma deducibile dall’imposta sul reddito – la riforma prevedeva l’abbassamento dall’equivalente di 1000 US$ a 700 US$ annui del limite dell’esonerazione fiscale – sottoponendo così alle imposte larghi strati popolari – ed un aumento massiccio, dell’ordine del 25%, della tassazione indiretta, cioè dell’IVA, anche sui prodotti di prima necessità.

Dopo quasi due settimane di mobilitazione, il governo è stato obbligato a ritirare il progetto, il 10 maggio, senza peraltro evitare la deteriorazione del rating, ciò che ha immediatamente provocato il crollo della borsa di Bogotà e la svalutazione del peso.

L’approfondirsi conseguente della crisi sociale e le violenze di cui le forze dell’ordine si sono rese colpevoli spiegano il perdurare della mobilitazione al di là del ritiro del progetto di riforma fiscale.

In materia di repressione, i dati sono discutibili nella misura in cui, formati alle tecniche statunitensi di contro insurrezione, i militari ricorrono spesso e volentieri a misure di guerra psicologica.

Così, se ufficialmente si contano una cinquantina di morti, il succedersi, come negli ultimi giorni a Calì, di sparatorie importanti nei pressi dei quartieri popolari funge da strumento di intimidazione accreditando l’idea di bande armate al servizio del potere capaci di uccidere e fare sparire i cadaveri. L’importante numero di desaparecidos rende ancora più credibile quest’idea.

Però, lungi dal soccombere all’intimidazione, la rivolta popolare, anche alimentata da queste false e vere verità permane, al punto che il potere ha deciso l’imposizione dello stato d’assedio a Calì senza però ottenere l’effetto scontato, cioè la fine delle proteste.

Non è un fulmine a ciel sereno

La rivolta di quest’ultimo mese non è il classico fulmine in un ciel sereno, anzi. In effetti non si deve dimenticare che prima del diffondersi della pandemia mondiale, la Colombia aveva conosciuto, a fine novembre del 2019, una immensa esplosione di collera.

Il 21 novembre, infatti, il tradizionale sciopero organizzato dai sindacati nell’ambito dei negoziati con il governo sul salario minimo era straripato in una massiccia protesta popolare durata più giorni e che faceva eco -e non solo dal punto di vista oggettivo, ma nella coscienza della gente- alle esplosioni analoghe che si erano prodotte nel 2019 in Ecuador ed in Cile.

La denuncia, poi, di una strage di bambini operata in agosto dalle forze speciali nell’ambito di una operazione contro membri delle FARC che non avrebbero rinunciato alla lotta armata, aveva alimentato la protesta.

Oltre ad aver sconfitto il terrore di stato e portato per la prima volta -dopo anni di guerra civile- la lotta nelle città, il movimento del novembre del 2019 al di là di un’esigenza di democrazia aveva messo la questione delle disuguaglianze sociali al centro del dibattito politico.

La situazione è stata aggravata dalla pandemia con un aumento di un terzo della disoccupazione in generale ed un’esplosione della disoccupazione giovanile (quasi un giovane su quattro), un’uscita importante di giovani dal sistema educativo ed un aumento di 3,6 milioni del numero di poveri. In un anno, la parte della popolazione costretta a vivere sotto la soglia di povertà è infatti passata dal 33 al 42%.

Di che capire perfettamente, compagni, i manifestanti quando dicono che “se siamo in piazza in piena pandemia, è che il nostro governo è più pericoloso del virus”.

Più fondamentalmente

Come alla fine del 2019, quando l’esplosione sociale coincise con le maree di manifestanti in Cile e con la marcia su Quito, in Ecuador, per l’abrogazione degli aumenti dei prezzi, anche quest’anno, esiste una tendenza transnazionale evidente.

L’altro giorno leggevo un articolo secondo il quale queste mobilitazioni segnerebbero “la fine del neoliberismo”. L’affermazione mi sembra un po’ azzardata, una sciocchezza, però se si dovesse ragionare in termini di fine di qualcosa, io direi che in quelle piazze sono le esequie del cosiddetto “consenso di Washington” che si stanno celebrando.

Elaborate alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quelle politiche si fondavano su cinque aspetti: il libero commercio, la riduzione massiccia del peso del settore pubblico, delle politiche monetarie antinflazioniste, il trasferimento del finanziamento delle spese pubbliche verso la fiscalità indiretta e, ed è per questo che si parlò di “consenso”, lo spiegamento di politiche assistenziali.

Se libero commercio e riduzione del ruolo dello stato sono da annoverare fra i risultati ottenuti da quel progetto, il fallimento è evidente per quanto concerne gli altri obiettivi.

Se la crescita in un paese quale la Colombia si era aggirata in media attorno al 4,7% dal 1990 al 2000, negli ultimi cinque anni si è ridotta al 2,3% con un tonfo del PIL del 6,8% nel 2020. Il crollo dei corsi delle materie prime sul piano internazionale è stato da quel punto di vista determinante con una contrazione per la Colombia degli introiti generati dal petrolio di più del 60% tra il 2013 ed il 2019. Dal canto loro, durante lo stesso periodo, gli investimenti esteri nel paese sono calati del 41,3%.

Le conseguenze non si sono fatte sentire solo in termini di svalutazione del peso e di fuga dei capitali all’estero. Accoppiata alla riduzione degli introiti, la contrazione della domanda interna conseguenza degli aggiustamenti strutturali imposti dal Fondo monetario internazionale ha eroso le basi materiali della politica di assistenzialismo.

Questa, in Colombia, era già alquanto modesta: gli aiuti alle famiglie povere erano dell’ordine di 35 dollari mensili, molto meno dei due dollari quotidiani per persona -e non per famiglia- distribuiti in Brasile tramite il programma Bolsa familia. La spiegazione è semplice: la politica assistenzialista ha bisogno di forze rappresentative, politiche, sindacali, di categoria, capaci di negoziarne la ripartizione.

Ora, in Colombia, il solo settore veramente organizzato e rappresentato è quello degli imprenditori, sessant’anni di guerra civile avendo ridotto le possibilità di organizzazione di tutti gli altri settori sociali -per esempio il tasso di sindacalizzazione raggiunge un misero 4%- accusati di “fare il gioco delle Farc”.

La firma, nel 2016, degli accordi di pace ha in quel senso aperto uno spazio importante nella misura in cui la contestazione delle politiche economiche del governo non può più essere denunciata dal potere come l’espressione di una “quinta colonna”.

Per un altro verso, però, se ex-membri delle Farc continuano a cadere sotto i proiettili delle forze speciali, gli accordi di pace pongono un vero problema di riciclaggio professionale dei paramilitari e altri sicari che, di questi tempi, sembrerebbero aver ritrovato un impiego nella violenza contro le manifestazioni.

La loro radicalità, quella del petro-macho, secondo il concetto di un’universitaria statunitense, entra anche pericolosamente in risonanza con dei ceti medi che vedono nell’assistenzialismo -e, quindi, nei poveri- la causa del loro declassamento sociale e della svalutazione, loro che pur sognando di fare shopping ad Oxford Street o sulla Fifth Av. già si devono accontentare di giocare ai ricchi solo sulle spiagge del vicino Brasile…

Un contesto nuovo

È in un contesto nuovo per l’America latina che le esplosioni sociali in Colombia ed in Cile intervengono, marcato da un lato dal rallentamento dell’economia mondiale i cui effetti sono molto più importanti per le economie dipendenti, e, dall’altro, dal fallimento dei processi di emancipazione cubano e venezuelano.

Parafrasando Enrico Berlinguer a proposito della Rivoluzione russa, credo si possa affermare che la forza propulsiva della rivoluzione cubana sia oramai esaurita con la sua direzione saldamente inoltrata sulla via dell’instaurazione di un capitalismo di Stato.

Intendiamoci, che i successi di Cuba in materia di salute pubblica e di educazione continuino a riecheggiare in tutta l’America latina, non c’è dubbio. Però, “a cosa ti serve una formazione scolastica completa quando hai da fare sei ore di coda per comprare quello che poi eventualmente potrai trovare nel negozio? Mica ti fa avanzare più in fretta…

Quanto al Venezuela, malgrado che sulle bottigliette di latte o sugli imballaggi di altri prodotti quasi introvabili ci sia scritto “hecho en socialismo”, gli anni recenti non ne fanno un modello, visto che è oramai ufficialmente il paese più povero dell’America latina. Come argomento in favore del socialismo

È in questo contesto che delle forze nuove giocano un ruolo determinante nelle mobilitazioni, i giovani, le donne e le popolazioni originarie.

Particolarmente colpiti dalla disoccupazione -molto più elevata che nella popolazione in generale- e in tantissimi casi asfissiati dai debiti contratti per poter studiare, i giovani rappresentano non solo una forza che sfugge all’antico manicheismo della guerra civile – “o con la legge o con i terroristi” – ma fanno prova di una grandissima capacità di mobilitazione e di organizzazione. Se avete l’occasione, date un’occhiata agli articoli che raccontano il loro modo di proteggere le manifestazioni organizzandosi in più linee di difesa, di protezione, di allerta, sanitarie ecc.

D’altra parte, lo sconvolgimento delle strutture famigliari tradizionali nelle campagne incrementa il numero di donne sole vittime non solo di un tasso molto alto di povertà, ma anche delle violenze maschili, degli stupri e dei femminicidi. Il successo in tutte le mobilitazioni del canto “El violador, eres tu” lanciato dalle donne cilene è la dimostrazione patente di questa dimensione sempre più presente di rifiuto del patriarcato.

La wiphala

C’è poi, fatto non nuovissimo, ma quantitativamente e qualitativamente sempre più importante, e cioè l’irrompere nelle manifestazioni della questione delle popolazioni originarie simbolizzate dall’onnipresenza della wiphala, la bandiera a scacchi multicolori tanto in Cile che in Ecuador ed in Colombia.

In quest’ultimo paese, la firma degli accordi di pace ha paradossalmente fragilizzato le popolazioni indigene nella misura in cui la presenza delle guerriglie dissuadeva i progetti di deforestazione. Ora, dal 2016 quest’ultima ha conosciuto un incremento del 44% mentre il governo intende, dopo aver autorizzato il frakingnel 2019, rilanciare l’estrazione di oro e rame aprendo nei prossimi anni 161 nuovi siti di foraggio in più dei 46 attualmente attivi.

Gli effetti sono disastrosi per queste popolazioni di cui il 63% vive già al di sotto della soglia di povertà ed è lì che si trovano le ragioni della loro forte mobilitazione che di fatto re-invita al centro della lotta sociale delle popolazioni che, nell’America latina tutta e nel paese dedicato a Colombo in particolare s’era voluto cancellare dalla faccia del cosiddetto mondo civilizzato.

Nuove narrazioni per nuovi progetti di emancipazione

E’, a parer mio, nella capacità dei movimenti sociali, politici, ambientalisti, antirazzisti, antiimperialisti di convergere e di captare queste nuove realtà senza arroccarsi su schemi di altri tempi che sarà forse possibile costruire nuove narrazioni, nuovi progetti di emancipazione umana.


IL GOVERNO SBLOCCA I LICENZIAMENTI SENZA AVERLI MAI VERAMENTE BLOCCATI

Com’è noto, la versione definitiva del decreto “Sostegni-bis” non proroga il blocco dei licenziamenti in vigore dall’inizio della pandemia, come pubblicamente ipotizzato dal ministro del Lavoro Andrea Orlando a fianco del presidente del consiglio durante una conferenza stampa e come richiesto dai sindacati. A fine giugno dunque le imprese, salvo qualche eccezione, potranno tornare a licenziare i propri dipendenti.

Nei giorni scorsi, sia la Lega, con la sua sottosegretaria al Lavoro Tiziana Nisini, sia la Confindustria, con il suo presidente Carlo Bonomi avevano definito “inaccettabile” la proroga del blocco.

Come rivelato dall’INPS, attraverso la sua banca dati, le imprese, anche durante il blocco, hanno continuato a licenziare, certo in misura minore rispetto agli anni precedenti, ma comunque in misura cospicua. Nel 2020 ci sono state infatti 5.719.732 “cessazioni di contratti”, in gran parte dovute alla scadenza dei contratti a termine (che sono stati più di 2,2 milioni, superando i livelli del 2014-2016, un po’ sotto il livello record di quasi 3 milioni toccato nel 2018), ma comprendenti anche 383.688 licenziamenti economici e 124.502 disciplinari.

licenziamenti disciplinari sono addirittura aumentati nel 2020, arrivando a un nuovo record, sullo slancio delle norme introdotte 5 anni fa con il Jobs Act. Non a caso, in tutto il 2014 erano stati poco più di 70.000. Nel solo terzo trimestre dell’anno scorso questo tipo di licenziamenti ha sfiorato quota 40.000.

Infatti, molto spesso le imprese preferiscono inventarsi un licenziamento disciplinare per aggirare la norma della legge Fornero del 2012 che impone alle aziende il pagamento di un ticket (di circa € 500,00 per ogni anno di anzianità aziendale del dipendente da licenziare) nel caso di licenziamento economico.

Inoltre, il licenziamento presentato come disciplinare consentiva alle direzioni aziendali di aggirare il blocco dovuto alla pandemia.

Nel 2020 i licenziamenti economici sono stati 80.802 nel terzo trimestre e 89.949 nel quarto (trimestre “record” dell’anno), certo, molto meno dei 175.652 e dei 204.506 degli stessi trimestri dell’anno precedente (2019) ma più che sufficienti a dimostrare che i licenziamenti erano tutt’altro che bloccati.

Infatti numerose erano le deroghe concesse dal Decreto “Cura Italia” (decreto legge 18/2020) e ampiamente utilizzate dalle imprese. Restava legittimo licenziare i dipendenti inquadrati come “dirigenti”, operare licenziamenti economici per cessazione o per fallimento. E soprattutto si poteva licenziare a seguito di accordi aziendali con i sindacati e licenziare le lavoratrici “domestiche” (colf e badanti) e i dipendenti in prova o in apprendistato.

La Confindustria (con il codazzo delle forze politiche più allineate e della miriade di giornalisti al suo servizio) reclama lo “sblocco” perché denuncia che la norma restrittiva impedisce le assunzioni.

Quel che si vuole è che i senza lavoro, i disoccupati crescano perché questo è il principale antidoto contro le rivendicazioni e le lotte operaie. Più c’è gente che cerca lavoro, più le pretese delle lavoratrici e dei lavoratori si abbassano, per un lavoro purchessia, anche con un salario misero, senza diritti e senza sicurezza.

Le assunzioni, quelle che in gergo statistico si chiamano le attivazioni di rapporto di lavoro sono numericamente limitate a causa della crisi della domanda, della crisi economica e della situazione pandemica, dell’incertezza delle prospettive di profitto. Le aziende assumono solo il personale strettamente necessario. Non a caso, nei settori che, anche a causa della pandemia, hanno vissuto un’espansione (come nel digitale, nelle comunicazioni, ecc.), le assunzioni ci sono state.

La stessa possibilità di ristrutturare le imprese non è impedita dal blocco dei licenziamenti, ma dalla incertezza planetaria delle prospettive economiche. Si calcola che, se il trend del 2019 si fosse mantenuto, si sarebbero creati almeno 500.000 posti in più tra l’inizio 2020 e l’aprile 2021.

Il confronto tra il primo quadrimestre 2020 (solo per metà contrassegnato dalla pandemia) e quello di quest’anno mostra che le assunzioni sono assolutamente stabili: 1.429.000 nei primi quattro mesi del 2020 e 1.427.000 tra gennaio e aprile di quest’anno.

Essendo, come abbiamo detto, diminuite le cessazioni (dimissioni, licenziamenti economici o disciplinari, pensionamenti, decessi), il saldo del primo quadrimestre del 2021 è positivo (131.000 lavoratori in più), mentre l’anno scorso è stato negativo per 230.000. Nel 2019 (tra gennaio e aprile) l’incremento netto della forza lavoro occupata fu di 255.000 unità.

Ma la differenza più rilevante è che è aumentata la già gravissima propensione delle imprese ad assumere a tempo determinato. Sempre confrontando i primi quattro mesi degli anni 2020 e 2021, le assunzioni a tempo determinato sono aumentate di 34.000 unità e quelle a tempo indeterminato sono scese di 56.000 (proseguendo il trend già verificato nel 2019). Anche le trasformazioni dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato sono diminuite di 27.000 unità.

Dunque, tra un mese, il blocco dei licenziamenti decadrà e le aziende potranno liberamente licenziare. Le previsioni quantitative (che vanno dai 600.000 posti distrutti al milione) sono tutte discutibili, ma le crisi aziendali in corso sono numerosissime e coinvolgono già centinaia di migliaia di dipendenti, senza contare la crisi di tante microaziende che si sviluppa nel silenzio mediatico e nell’inerzia sindacale.

La Cgil protesta e chiede tempo senza riflettere su quanto non è stato fatto in passato né su quanto bisognerebbe fare ora. Il governo conferma il suo asservimento ai diktat di Confindustria che non ha mai digerito il blocco dei licenziamenti e ora, finalmente dal suo punto di vista, ottiene soddisfazione. Dal 1° luglio si potrà licenziare liberamente nell’industria e nell’edilizia e dall’autunno potranno farlo anche le piccole imprese esentate dai contributi per la Cassa integrazione.

Anche questo è il “ritorno della normalità”, dato che per i padroni e per i loro leccapiedi il fatto che qualcuno possa, senza battere ciglio, buttare sul lastrico migliaia di persone modificandone brutalmente la vita fa parte del funzionamento “ordinario” della società. Peraltro anche la Cgil chiede un’ulteriore proroga solo per avere il tempo di mettere a punto con il governo un sistema di ammortizzatori sociali un po’ più razionale di quello lasciatoci dal governo Renzi.

Questo cedimento totale alla volontà di Confindustria paradossalmente viene collocato in un decreto che già destina decine di miliardi alle imprese e in un momento nel quale il mondo imprenditoriale si sta leccando i baffi assaporando le centinaia di miliardi che il PNRR gli promette.

Dunque, sarebbe il momento per tutti i sindacati di imporre, per un senso perlomeno di equilibrio anche sul versante sociale e delle classi subalterne, misure straordinarie che la facciano finita con la “normalità” capitalistica dei licenziamenti, per la requisizione delle aziende che licenziano, per una drastica riduzione degli orari di lavoro, da esigere attraverso forme “non normali” di lotta.

Invece si percepisce con forza il carattere esclusivamente propagandistico delle minacce di sciopero generale ventilate da Maurizio Landini, al solo scopo di mendicare uno strapuntino al tavolo di confronto sul PNRR.

E, occorre dirlo, anche il persistente atteggiamento testimoniale delle iniziative intraprese da vari sindacati conflittuali, incapaci, persino in un momento cruciale come questo, di trovare forme e iniziative di unità nella lotta.

ROMA

Imprese femminili

Le under 35 trainano la nascita delle nuove attività

E’ la spinta delle giovani di meno di 35 anni a caratterizzare l’andamento della natalità delle imprese femminili nel primo trimestre. Come mostrano i dati dell’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere, rispetto alle iscrizioni registrate nei primi tre mesi del 2020, le nuove imprese fondate da under 35 aumentano dell’8,1%. Ancora molto timorose, invece, si rivelano le colleghe più adulte, la cui voglia di mettersi in proprio è inferiore del 2%.

Dopo la caduta delle iscrizioni complessive di nuove attività guidate da donne registrata nel corso di tutto il 2020, torna comunque a salire lievemente nel primo trimestre 2021 l’indicatore principe della vitalità imprenditoriale: 26.299 le imprese femminili nate tra gennaio e marzo scorso, contro le 26.044 dello stesso periodo di un anno fa, il dato più basso dal 2015. Sebbene ancora ben al di sotto delle performance del passato, la crescita dell’1% rispetto a gennaio-marzo 2020 segna quindi una prima svolta rispetto ai trimestri precedenti, anche se non assume ancora la robustezza degli anni passati.

In tutto questo lungo anno di pandemia, comunque, le giovani aspiranti imprenditrici si sono mostrate un po’ più resilienti delle over 35. Nel secondo e nel terzo trimestre 2020, infatti, le iscrizioni delle imprese femminili giovanili si sono ridotte in misura minore rispetto a quelle (sempre rosa) non giovanili (-38,6% contro -44,0% nel secondo trimestre, -3,7 contro -5,3% nel terzo), fino a tornare in positivo nei primi tre mesi del 2021.

Le donne, comunque, continuano a pagare un prezzo più alto degli uomini alla crisi indotta dalla pandemia. Anche nel primo trimestre di quest’anno, infatti, l’incremento percentuale delle nuove imprese guidate da donne continua ad essere ben inferiore a quello delle imprese maschili (1% a fronte del 9,5%).

A fine marzo, le imprese femminili superano il milione e 330mila, pari al 21,97% del totale del sistema produttivo nazionale. Lombardia, Lazio, Campania e Sicilia le regioni in cui si concentra il maggior numero di imprese guidate da donne. Molise, Basilicata e Abruzzo quelle in cui, invece, il “peso” delle donne d’impresa è maggiore e pari a oltre un quarto del totale delle attività esistenti.

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