NEWS DEL GIORNO

Papa Francesco all’Angelus

“La malattia più grande della vita è la mancanza di amore, è non riuscire ad amare”

Papa Francesco nell’Angelus in Piazza San Pietro ha ricordato ai fedeli che solo l’amore risana la vita:

“Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi nel Vangelo (cfr Mc 5,21-43) Gesù si imbatte nelle nostre due situazioni più drammatiche, la morte e la malattia. Da esse libera due persone: una bambina, che muore proprio mentre il padre è andato a chiedere aiuto a Gesù; e una donna, che da molti anni ha perdite di sangue. Gesù si lascia toccare dal nostro dolore e dalla nostra morte, e opera due segni di guarigione per dirci che né il dolore né la morte hanno l’ultima parola. Ci dice che la morte non è la fine. Egli vince questo nemico, dal quale non possiamo liberarci da soli.

Concentriamoci, però, in questo periodo in cui la malattia è ancora al centro delle cronache, sull’altro segno, la guarigione della donna. Più che la sua salute, a essere compromessi erano i suoi affetti. Perché? Aveva perdite di sangue e perciò, secondo la mentalità di allora, era ritenuta impura. Era una donna emarginata, non poteva avere relazioni stabili, non poteva avere uno sposo, non poteva avere una famiglia e non poteva avere rapporti sociali normali perché era “impura”, una malattia che la rendeva “impura”. Viveva sola, con il cuore ferito. La malattia più grande della vita, qual è? Il cancro? La tubercolosi? La pandemia? No. La malattia più grande della vita è la mancanza di amore, è non riuscire ad amare. Questa povera donna era malata sì delle perdite di sangue, ma, per conseguenza, di mancanza di amore, perché non poteva essere socialmente con gli altri. E la guarigione che più conta è quella degli affetti. Ma come trovarla? Noi possiamo pensare ai nostri affetti: sono ammalati o sono in buona salute? Sono malati? Gesù è capace di guarirli.

La storia di questa donna senza nome – la chiamiamo così “la donna senza nome” –, nella quale possiamo vederci tutti, è esemplare. Il testo dice che aveva fatto molte cure, «spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando» (v. 26). Anche noi, quante volte ci buttiamo in rimedi sbagliati per saziare la nostra mancanza di amore? Pensiamo che a renderci felici siano il successo e i soldi, ma l’amore non si compra, è gratuito. Ci rifugiamo nel virtuale, ma l’amore è concreto. Non ci accettiamo così come siamo e ci nascondiamo dietro i trucchi dell’esteriorità, ma l’amore non è apparenza. Cerchiamo soluzioni da maghi, da santoni, per poi trovarci senza soldi e senza pace, come quella donna. Lei, finalmente, sceglie Gesù e si butta tra la folla per toccare il mantello, il mantello di Gesù. Quella donna, cioè, cerca il contatto diretto, il contatto fisico con Gesù. Soprattutto in questo tempo, abbiamo capito quanto siano importanti il contatto, le relazioni. Lo stesso vale con Gesù: a volte ci accontentiamo di osservare qualche precetto e di ripetere preghiere – tante volte come i pappagalli –, ma il Signore attende che lo incontriamo, che gli apriamo il cuore, che, come la donna, tocchiamo il suo mantello per guarire. Perché, entrando in intimità con Gesù, veniamo guariti nei nostri affetti.

Questo vuole Gesù. Leggiamo infatti che, pur stretto dalla folla, si guarda attorno per cercare chi lo ha toccato. I discepoli dicevano: “Ma guarda che la folla ti stringe…”. No: “Chi mi ha toccato?”. È lo sguardo di Gesù: c’è tanta gente, ma Lui va in cerca di un volto e di un cuore pieno di fede. Gesù non guarda all’insieme, come noi, ma guarda alla persona. Non si arresta di fronte alle ferite e agli errori del passato, ma va oltre i peccati e i pregiudizi. Tutti noi abbiamo una storia, e ognuno di noi, nel suo segreto, conosce bene le cose brutte della propria storia. Ma Gesù le guarda per guarirle. Invece a noi ci piace guardare le cose brutte degli altri. Quante volte, quando noi parliamo, cadiamo nel chiacchiericcio, che è sparlare degli altri, “spellare” gli altri. Ma guarda: che orizzonte di vita è questo? Non come Gesù, che sempre guarda il modo di salvarci, guarda l’oggi, la buona volontà e non la storia brutta che noi abbiamo. Gesù va oltre i peccati. Gesù va oltre i pregiudizi, Non si ferma alle apparenze, arriva al cuore Gesù. E guarisce proprio lei, che era scartata da tutti, un’impura. Con tenerezza la chiama «figlia» (v. 34) – lo stile di Gesù era la vicinanza, la compassione e la tenerezza: “Figlia…” – e loda la sua fede, restituendole fiducia in sé stessa.

Sorella, fratello, sei qui, lascia che Gesù guardi e guarisca il tuo cuore. Anch’io devo fare questo: lasciare che Gesù guardi il mio cuore e lo guarisca. E se hai già provato il suo sguardo tenero su di te, imitalo, e fai come Lui. Guardati attorno: vedrai che tante persone che ti vivono accanto si sentono ferite e sole, hanno bisogno di sentirsi amate: fai il passo. Gesù ti chiede uno sguardo che non si fermi all’esteriorità, ma vada al cuore; uno sguardo non giudicante – finiamo di giudicare gli altri – Gesù ci chiede uno sguardo non giudicante, ma accogliente. Apriamo il nostro cuore per accogliere gli altri. Perché solo l’amore risana la vita, solo l’amore risana la vita. La Madonna, Consolatrice degli afflitti, ci aiuti a portare una carezza ai feriti nel cuore che incontriamo sul nostro cammino. E non giudicare, non giudicare la realtà personale, sociale, degli altri. Dio ama tutti! Non giudicare, lasciate vivere gli altri e cercate di avvicinarvi con amore”.

Dopo i tre braccianti morti in due giorni in Puglia Emiliano vieta lavoro campi in ore più calde

Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha emanato un’ordinanza regionale che vieta “il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle ore 12:30 alle ore 16:00 con efficacia immediata e fino al 31 agosto 2021: la decisione dopo anche quanto accaduto a Brindisi dove un bracciante agricolo di 27 anni è morto dopo aver lavorato molte ore sotto il sole, a temperature elevate. L’ordinanza vale sull’intero territorio regionale “nelle aree o zone interessate dallo svolgimento di lavoro nel settore agricolo, limitatamente ai soli giorni in cui la mappa del rischio indicata sul sito http://www.worklimate.it/scelta-mappa/sole-attivita-fisica-alta/ segnali un livello di rischio Alto”, si legge.

Nei giorni scorsi anche il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, aveva adottato un’ordinanza analoga, vietando il lavoro nei campi dalle 12 alle 16, da lunedì 28 giugno al 31 agosto quando la mappa Inail indicherà Rischio Alto nel territorio.

Tre lavoratori morti nella grande afa in due giorni in Puglia e il sindaco Pippi Mellone invita tutti ad adottare l’ordinanza anti-caldo in vigore da cinque anni nel proprio comune, Nardò (Lecce): vieta infatti il lavoro nei campi durante l’estate nelle ore più calde della giornata – tra le 12:30 e le 16 – per tutelare i braccianti agricoli. Ai ministri del Lavoro, delle Politiche Agricole e della Salute – Andrea Orlando, Stefano Patuanelli e Roberto Speranza -, ai presidenti di Anci (Antonio Decaro), Regione Puglia (Michele Emiliano) e Inail (Franco Bettoni) chiede l’estensione del divieto a tutte le zone più esposte al caldo, come il Salento. Invierà quindi loro il testo dell’ordinanza che quest’anno, per la prima volta, è legata al progetto Worklimate di Inail e Cnr. Il sindaco salentino propone anche “un sistema di allarme e intervento rapido per i giorni ad altissimo rischio, in modo da poter scongiurare, per quanto possibile, il ripetersi di simili tragedie”.

“Non lasciamo che la morte di Paola Clemente, Abdullah Mohamed, Camara Fantamadi, Antonio Valente, Carlo Staiani e di chissà quanti uomini e donne prima di loro, siano state vane”, ha scritto il sindaco Mellone ricordando diverse vittime di ieri e di oggi.

Una settimana di mobilitazione straordinaria: una valanga di iniziative di lotta nel ricordo di Adil.

UNA SETTIMANA DI MOBILITAZIONE STRAORDINARIA.

LA RABBIA PER LA MORTE DI ADIL PUÒ E DEVE ESSERE LA SCINTILLA DI UN MOVIMENTO DI MASSA CONTRO LO SFRUTTAMENTO E IL MOTORE DELLA RISCOSSA OPERAIA!

In questi giorni abbiamo assistito a una vera e propria valanga di iniziative di lotta nel ricordo di Adil.

Dopo il grande corteo di sabato a Roma, le iniziative di lotta si sono moltiplicate ovunque.

L’elenco delle aziende e dei posti di lavoro che hanno scioperato contro l’assassinio del nostro compagno è sterminato.

Hanno iniziato da lunedì e martedì le aziende metalmeccaniche: Stellantis, Ferrari, Maserati, CNH, Bosch, Titan, GKN, Italtractor, Elettrolux, Piaggio, Dalmine, Pasotti, Rodel, Manitou Italia e tante, tante altre.

Un segnale importantissimo è arrivato dagli operai Whirlpool, i quali durante il presidio di protesta al Mise contro la chiusura dello stabilimento di Napoli, hanno intonato cori di solidarietà per Adil. Uno scenario analogo a quello visto al corteo dei cassintegrati ex-Ilva di Cornigliano, che dopo aver applaudito lo striscione in ricordo del nostro compagno, hanno protestato duramente fuori alle sedi di Regione e Prefettura contro la proroga ad oltranza della Cigs nell’acciaieria genovese.

E poi, ovviamente, la logistica, con una settimana di mobilitazione praticamente senza sosta: dalla Lidl di Biandrate, luogo dell’assassinio di Adil, in cui il picchetto è proseguito fino a mercoledì ed è terminato solo dopo la firma alla Prefettura di Novara di un accordo che pone le basi per il superamento delle condizioni di semischiavitù e di supersfruttamento dei lavoratori in appalto, agli scioperi spontanei di martedì e mercoledì su tutta la filiera, alla manifestazione di Bologna fuori alla sede di D’Amora, l’azienda di trasporto alle cui dipendenze lavorava l’omicida Alessio Spaziano, alle iniziative di protesta presso i punti-vendita Lidl di Genova, Torino e diverse altre città.

Infine, lo sciopero di 4 ore di giovedi, che ha registrato quasi ovunque un’adesione altissima, sebbene si tenesse a soli 6 giorni dallo sciopero del 18 giugno.

D’altra parte, le iniziative sui magazzini in ricordo di Adil si sono spesso fuse e intrecciate con le lotte e con le vertenze già in corso. Ciò in primo luogo alla TNT- FedEx, nella quale la straordinaria mobilitazione dei lavoratori in corso da 3 mesi contro la chiusura dell’hub di Piacenza è ripresa a tambur battente già nella notte di lunedì con il blocco di entrambi i siti Zampieri di Tavazzano e San Giuliano Milanese che erano stati teatro delle infami aggressioni squadriste delle scorse settimane, ed è stata replicata nella notte di mercoledì con l’aggiunta di un presidio anche fuori ai cancelli di Peschiera Borromeo.

Alla vigilia del tavolo col Ministero del lavoro e col MISE di martedì prossimo a Roma, strappato con le unghie e coi denti dal corteo nazionale di sabato scorso, il messaggio dei lavoratori FedEx non poteva essere più chiaro: non consentiremo in alcun modo che il governo continui a fare melina sulla pelle dei 280 licenziati di Piacenza; o martedì si pone chiaramente sul tavolo la riapertura immediata del sito, oppure la battaglia con la multinazionale americana, con i suoi sgherri di Zampieri e con lo stesso governo Draghi andrà avanti ad oltranza.

Ma FedEx è solo la punta dell’iceberg: in tutta la logistica ci troviamo di fronte a una chiara tendenza all’inasprimento dei ritmi e dei carichi di lavoro, che va di pari passo con l’aumento esponenziale della precarietà attraverso l’utilizzo indiscriminato e sistematico dei contratti di somministrazione: l’esempio di SDA, a Passo Cortese ma non solo, è in tal senso indicativo.

Per questo martedì prossimo saremo di nuovo in piazza a Roma: non ci interessa il contentino di sederci a un tavolo, pretendiamo il reintegro immediato di tutti i 280 di Piacenza e il ripristino della democrazia sindacale in tutti i magazzini FedEx; pretendiamo l’apertura di un vero negoziato sulle condizioni dei lavoratori in appalto e, più in particolare, sul superamento delle condizioni di precarietà esistenti negli stessi appalti pubblici, a partire dalla vertenza dei lavoratori della manutenzione stradale della Campania; pretendiamo misure tempestive e urgenti per garantire il rispetto della sicurezza e la tutela della salute sui luoghi di lavoro, perché l’aumento vertiginoso delle morti sul lavoro e degli infortuni è inaccettabile e grida sin da ora vendetta!

I lavoratori in queste ore non si sono lasciati terrorizzare dalla furia della violenza padronale, e non si sono fatti abbindolare dalle frasi di circostanza e dalle lacrime di coccodrillo delle istituzioni.

A dispetto della strategia della tensione costruita ad arte dai padroni per terrorizzare i lavoratori e fiaccarne la resistenza, nelle ultime settimane e ancor più dopo il barbaro omicidio di Adil, migliaia di lavoratori ci hanno espresso la loro simpatia e il loro sostegno, e decine di nuovi Cobas si sono costituiti nelle più svariate categorie e luoghi di lavoro, non solo nella logistica: l’esempio dei 91 lavoratori di Panapesca di Montecatini, che dopo aver aderito al SI Cobas nel giro di pochi giorni hanno strappato il superamento del contratto Multiservizi, è solo il caso più eclatante.

Queste giornate, al contempo drammatiche e cruciali per il futuro non solo del SI Cobas, ma di milioni di lavoratori, hanno chiarito a padroni e governo le dimensioni reali delle forze in campo: se qualcuno si illudeva che l’omicidio di un nostro compagno potesse fermare la mobilitazione operaia, avevano fatto male i conti; chi credeva di poter cancellare col sangue un decennio di lotte perlopiù vincenti, sta ottenendo l’esito opposto.

Il sangue versato da Adil sta infatti alimentando ulteriormente quella spinta verso l’unità delle lotte, verso quel fronte unico di classe che già in occasione dello sciopero del 18 giugno ha iniziato a muovere i primi passi con l’adesione convinta della quasi totalità del sindacalismo di base e il sostegno e la simpatia dei settori più combattivi della stessa Cgil.

Tra qualche giorno scatterà l’ora fatidica dello sblocco dei licenziamenti: uno sblocco che Draghi e i confederali promettono essere parziale e accompagnata da un menù variegato di scivoli e misure transitorie.

La storia ci insegna che i padroni puntano da sempre al massimo risultato col minimo sforzo: i loro reggicoda, da Draghi alle burocrazie di Cgil-Cisl-Uil, sanno bene che spalmare nel tempo le misure lacrime e sangue è la soluzione migliore per evitare una mobilitazione unitaria e simultanea della classe lavoratrice.

Ma noi proletari sappiamo altrettanto bene che quasi un milione di posti di lavoro sono già stati sacrificati in questi mesi sull’altare dell’utilizzo capitalistico della pandemia, e che la fame di profitti della classe dominante non sempre è conciliabile con l’obbiettivo politico di preservare un clima di pace sociale, tanto più in una fase di crisi quale quella attuale.

È per questo che il nostro lavoro, e quello di tutte le avanguardie di lotta del nostro paese, deve porsi come obbiettivo primario la realizzazione in tempi brevi di quello scenario che i padroni e il governo maggiormente temono: una mobilitazione unitaria e simultanea di centinaia di migliaia di proletari, siano essi occupati, precari o disoccupati, che sia capace di produrre una rottura della pace sociale e del quadro di compatibilità capitalistica, tale da dar vita in tempi brevi a un vero sciopero generale.

L’assemblea nazionale indetta per il prossimo 11 luglio a Bologna dal SI Cobas e dall’Assemblea delle lavoratrici e lavoratori combattivi muove esattamente da queste ragioni e da questi obbiettivi, su tutti la necessità di superare i tradizionali steccati di sigla sindacale o di categoria, e restituire centralità alle lotte e al protagonismo operaio.

In queste ore ci apprestiamo a invadere Novara per ricordare nella sua città il nostro compagno caduto in battaglia, nella consapevolezza che ci aspettano settimane ancora più dure e impegnative di quella appena trascorsa.

Le affronteremo come sempre a testa alta e forti della determinazione di migliaia di lavoratori in lotta.


Gli scioperi degli operai Fiom per Adil sono un fatto importante. “Attendiamo” il passo successivo.

Come definire gli scioperi di protesta degli operai della Fiom per l’uccisione di Adil Belkhadim avvenuti negli scorsi giorni, a partire dal venerdì 18? Importantici sembra il termine appropriato. In quanto sono un sintomo che cominciano ad aprirsi brecce nel muro tuttora esistente e resistente tra la classe operaia dell’industria metalmeccanica e la classe operaia della logistica, e tra i lavoratori autoctoni e i lavoratori immigrati.

I primi a scendere in sciopero sono stati, il venerdì 18, gli operai Stellantis di Torino a Mirafiori, Carrozzeria, officina 63, porta 33 (“uno sciopero auto-organizzato con massiccia partecipazione”, cui la Rsu ha assicurato la copertura). A ruota, diverse Rsu legate all’opposizione in Cgil: Elettrolux di Susegana, Piaggio di Pontedera, Gkn, Dalmine di Bergamo, Pasotti e Rodel di Brescia.

Si sono mosse, poi, diverse fabbriche dell’Emilia Romagna con una dinamica iniziale spontanea, come attesta un documento della Fiom di Reggio Emilia (del 22 giugno): “In questi giorni sono state una ventina le aziende della nostra provincia in cui le Rsu Fiom hanno proclamato spontaneamente fermate in sciopero per manifestare la propria solidarietà e la propria indignazione per l’omicidio di Adil”. A quel che ci risulta, tra lunedì 21 e martedì 22, hanno fatto fermate o scioperi di due ore gli operai di Ferrari, Maserati, CHN, Mg, Bosch, Manitou Italia, medie-grandi fabbriche storiche. Dopo questi scioperi la Fiom dell’Emilia Romagna ha indetto uno sciopero generale di categoria per mercoledì 23, due ore a fine turno, che la Rsu della Titan ha esteso a 4 ore (e qualche altra ha ridotto ad una sola ora). Giovedì 24 è stata la volta degli stabilimenti Stellantis di Pomigliano (dove, almeno nel reparto confino di Nola, l’adesione è stata altissima) e di Melfi, alla coda dell’iniziativa presa da SI Cobas e Usb. Altri scioperi son stati indetti per il venerdì 25, ad esempio dalla Fiom di Verona che ha deciso di partecipare alla raccolta di fondi per la famiglia di Adil.

Nel complesso svariate migliaia di operai hanno aderito agli scioperi, che sono stati per lo più effettivi, non semplicemente proclamati. Nell’indirli alcune Rsu non hanno taciuto che “il compagno Adil Belakhdim” era un attivista sindacaledel SI Cobas, fatto significativo perché più in alto si va nella struttura della Cgil, maggiore ostilità si trova verso il SI Cobas, un’ostilità che esclude qualsiasi forma di riconoscimento (il solo ricordare l’appartenenza di Adil al SI Cobas è una forma di riconoscimento) e di vicinanza. In più di un caso i comunicati delle Rsu colgono un punto essenziale: il brutale attacco in corso al diritto di sciopero e alla possibilità di difendere con la lotta il proprio posto di lavoro, riguarda l’intera classe operaia al di là delle sigle sindacali. Lo afferma in modo netto il comunicato della Rsa Fiom della Ferrari, che val la pena riportare: “Siamo fortemente convinti che non si tratta di un incidente o di una fatalità, ma (è) la conseguenza di un sempre più diffuso ricatto che mette al centro le logiche del profitto a discapito della salute e della vita dei lavoratori (…). Tutto questo è il grave sintomo di un profondo disprezzo per la vita umana da parte di chi ha sempre più fame di profitti. Le differenze tra sigle, in questo momento, non possono e non devono essere ostacolo alla mobilitazione. Davanti a tale scempio non debbono esserci ambiguità e non ci si può limitare a comunicati di circostanza” (la stoccata vale, oltre che per la burocrazia della Fiom, anche per settori consistenti del “sindacalismo di base”). Altrettanto significativa è la conclusione: “Questo (sciopero di solidarietà) deve essere un primo passo verso uno sciopero generale di tutte le categorie per fare in modo di riaffermare che i lavoratori non sono oggetti”.

Ci permettiamo solo di chiedere a questi compagni operai perché evitano di chiamare in causa con il suo nome la classe dei capitalisti, dal momento che di questo si tratta, e non soltanto di tanti singoli imprenditori assatanati di profitti. Soprattutto diciamo loro: è indispensabile mettere a fuoco il ruolo del governo Draghi, delle istituzioni statali nel sostegno al “ricatto”, al “disprezzo per la vita umana” e alla violenza padronali che ci colpiscono. Ma prendiamo la loro decisione di scioperare “per Adil” come un primo passo di un cammino nella direzione giusta. L’ampia eco della lotta dei proletari immigrati della logistica è arrivata, con la sua energia, anche in altri conflitti del settore siderurgico e metalmeccanico fino ad oggi di bassa intensità: lo si è visto ieri cogli operai dell’ex-Ilva di Genova che gridavano a squarciagola “il posto di lavoro non si tocca, lo difenderemo con la lotta”, “via, via la polizia”, “vergogna, vergogna” sempre verso gli stessi destinatari, o con gli operai della Whirpool che sono riapparsi in scena un po’ più determinati del solito, e solidali sull’uccisione di Adil.

C’è, però, un rovescio della medaglia da considerare: più ci si allontana dalla base operaia della Fiom, più ci s’imbatte nelle “ambiguità” denunciate dalla Rsa Ferrari e in linee di indirizzo che non portano nella direzione dell’organizzazione della lotta dell’intera classe operaia, dell’intero proletariato, contro l’asse padronato-governo, bensì in tutt’altra direzione. È il caso del segretario della Fiom di Reggio Emilia, Vecchi, capace sì di denunciare la giungla degli appalti e sub-appalti, e di raccogliere l’invito a scioperare per Adil, ma che contro la violenza padronale (senza mai nominare i padroni!) si appella allo stato, che a suo dire dovrebbe tutelare i lavoratori – come, non ha visto nessuna delle bastonature di stato riservate ai facchini della logistica? – , e porre vincoli al mercato. Questo, dopo aver egli stesso ricordato che dal Berlusconi-2001 in avanti, sono stati proprio i governii massimi organi operativi dello stato, ad “abrogare la parità di trattamento negli appalti prevista da una normativa del 1960”. Vecchi: ci sei o ci fai? Ti è sfuggito che il governo Draghi ha promesso un’ulteriore liberalizzazione degli appalti e dei sub-appalti? Nel contesto di questa linea politica che considera lo stato e il governo alleati o, almeno, tutori della classe operaia, la lotta di classe degli sfruttati è spedita in soffitta, tra gli attrezzi che non servono. E allora anche la proclamazione dello sciopero per Adil appare, a questi livelli dell’apparato, una concessione al sentimento solidale spontaneo della base operaia che va fatta tatticamente, in certe congiunture, per mostrare un’attenzione che è in realtà smentita dalle scelte strategiche e tattiche dell’organizzazione-Fiom.

Salendo ora di molti gradini fino ai vertici della Cgil, troviamo l’ex-segretario Fiom Landini, scambiato per anni per intrepido barricadero senza macchia e senza paura. In una delle sue infinite interviste (“la Repubblica”, 21 giugno) Landini tuona contro lo sfruttamento del lavoro, la precarietà del lavoro, il disprezzo verso il lavoro, la progressiva svalorizzazione del lavoro, che gli paiono dominanti nella società, e l’assenza di vincoli sociali a queste tendenze. Non saremo noi a dargli torto. Il punto è: a parte i “comunicati” e le parole “di circostanza”, cosa ha fatto, cosa fa, la Cgil contro queste tendenze? Non si è forse resa pienamente corresponsabile di esse e del loro crescente impeto, sposando, dalla svolta dell’Eur (febbraio 1978) (*) al Jobs Act di Renzi fino agli ultimi contratti nazionali firmati senza lottare con aumenti pari a piccole elemosine, la linea dei “sacrifici necessari” per tirare fuori l’Italia dalla crisi? E il rumoreggiare dei tuoni landiniani come finisce? Finisce con l’implorare il governo Draghi, alla cui nascita Landini applaudì senza riserve, di convocare di nuovo la triade per far “ripartire il dialogo sociale”, e con l’invocare una legge “che misuri l’effettiva rappresentanza dei sindacati” per tagliare fuori da ogni possibile ruolo proprio gli organismi più combattivi come il SI Cobas. E lo sciopero generale che aveva ventilato nei giorni scorsi, come estremissima arma? Neppure l’ombra di un accenno, sia pur demagogico.

C’è quindi abbondante materiale di riflessione per le migliaia di operai Fiom che hanno scioperato per Adil, avvertendo che il suo assassinio e le analoghe violenze che lo hanno preceduto (ignorate dagli alti quadri sindacali) riguardano tutti i proletari, al di là delle sigle sindacali, delle categorie, delle nazionalità. Adil Belkhadim non è apparso loro né marocchino, né tunisino, né altro: semplicemente “uno di noi”, morto perché si batteva “per la difesa della propria dignità e dei propri diritti”. Non saremo semplici spettatori di questa “riflessione” a cui l’acutizzazione dello scontro di classe darà agli iscritti Fiom ulteriori materiali per mettere alla prova quanto è biforcuta la lingua dei propri dirigenti. E trovare il coraggio per scendere in campo in prima persona, non solo a fine turno, contro l’insieme dei meccanismi che fanno della forza-lavoro collettiva umana un oggetto, una merce di enorme valore, che il capitale ha bisogno di vessare e svalorizzare all’estremo.

Il primo passo è stato compiuto con gli scioperi di solidarietà per l’assassinio di Adil. L’occasione per fare un secondo passo è dietro l’angolo: l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi chiamata per l’11 luglio a Bologna contro i licenziamenti, per fermare la violenza contro gli scioperi, per preparare un forte sciopero generale contro il padronato e il governo Draghi. A presto!

——

(*) La svolta dell’Eur fu preceduta da un’intervista del segretario Cgil Luciano Lama al direttore de “la Repubblica” Scalfari il 24 gennaio 1978, intitolata Lavoratori, stringete la cinghia, nella quale Lama, a partire dal dato di fatto di un’ampia massa di disoccupati (prodotta dalla crisi capitalistica di metà anni ’70, e non certo dal proletariato ‘stabilmente’ occupato), argomentava così:

“se vogliamo essere coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea. (…) la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi… Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza. (…) Noi siamo convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare.”

Se questa politica sindacale abbia favorito la lotta alla disoccupazione, riducendola, e abbia costretto (o almeno invogliato) i capitalisti italiani a investire per creare nuova occupazione, come pretendeva Lama, ognuno può giudicare.

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